LA FINE PEGGIORE

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IL SINDACO MANDATO A CASA MENTRE ARRANCAVA PER RIMANERE SULLA POLTRONA E RINNEGAVA I SUOI IMPEGNI

30 DICEMBRE 2024 – La città non ha più un’amministrazione e un consiglio comunale. Le dimissioni di 9 consiglieri, presentate stamane in segreteria, segnano la fine della sindacatura intrapresa nel 2021 con l’elezione del dott. Gianfranco Di Piero. Si voterà per un nuovo sindaco a maggio o, al massimo, in giugno.

Persino Antonio Trotta, sindaco della prima coalizione socialcomunista, ha avuto più dignità politica nei cinque anni (dal gennaio 1976 al maggio 1981) nei quali ha rincorso il numero minimo per reggersi, sottraendo consiglieri ai partiti che lo avevano sfiduciato e quando la sua amministrazione non aveva più sostanza, né parvenza di un programma, dovendo arrivare solo a riformulare (qualche settimana prima del termine massimo della sua giunta) un Piano Regolatore Generale per gratificare chi seguitava a sostenerlo e penalizzare chi lo avversava, secondo la tattica in uso in molti Comuni italiani e che il prof. Massimo Severo Giannini definì, non in un comizio, ma in un testo universitario come il suo “Lezioni di Diritto amministrativo”, il punto più emblematico dello scollamento tra il diritto e la prassi.

La pagina più oscura

La pagina più oscura della Sulmona che si è risollevata dai podestà, cioè del dopoguerra, si conclude nel modo più inglorioso, davanti ad un sindaco che annaspa aggrappandosi alle scialuppe inviategli dallo stesso avversario delle elezioni, Andrea Gerosolimo, oppure al silenzio dell’altro candidato trombato alle amministrative, Vittorio Masci, non per niente indotto a dimettersi oggi, ventiquattro ore dopo che il coordinatore di “Fratelli d’Italia” ha detto, al suo posto e contro i suoi ambigui messaggi, che occorreva porre subito la parola “fine” a questa malsana esperienza amministrativa, dannosa per la città che, secondo Gregori, merita altro, nel contesto regionale.

Merita altro la Sulmona che ha assistito allo spettacolo degli ultimi diciotto mesi; ma, se vogliamo essere più esaustivi nell’analisi, degli anni nei quali Gianfranco Di Piero ha inaugurato il cantiere che, con la bretella voluta da un altro sulmonese, Maurizio Gentile, ha evitato la stazione centrale di Sulmona dal collegamento tra L’Aquila e Pescara; ha detto che un appalto irregolare per vari milioni di euro per le mense scolastiche era affare degli uffici; ha detto che non poteva andare di diverso avviso dagli uffici quando si trattava di demolire il palazzo che la ditta Zappa stava realizzando su parco pubblico, a confine con la chiesa che reca il più antico stemma civico cittadino ed è di proprietà del Comune; ha detto che il vescovo ha fatto bene ad ospitare nella biblioteca diocesana il braccio destro di Matteo Messina Denaro, non pentito e men che meno disposto a rivedere le sue convinzioni sulla mafia e sui sistemi mafiosi (non ha avuto neanche il coraggio di pronunciare il nome di Leonardo Ciaccio, definendolo “il detenuto in argomento”).

Naufrago senza più scialuppe

Di Piero finisce senza scialuppe perché le ultime gliele ha tolte Andrea Gerosolimo che, secondo il rapporto di 69 a 31 per cento (tanto evidente da far proclamare al tronfio Di Piero che si trattasse di voti suoi), avrebbe dovuto combattere Di Piero dai banchi dell’opposizione e che invece ha collaborato con lui dalle elezioni fino a una settimana fa. Tutti e due a negare la circostanza e a consumare cene in segreto, lasciando intendere che le uniche che il sindaco consumava con la minoranza e quasi per rapporti amichevoli (tra amici che non consumavano neanche un caffè in un bar in piazza, urbi et orbi) erano quelle dell’estate scorsa a Pescara.

Senza il senso del ridicolo, Di Piero ha invocato che fosse il Consiglio a mandarlo a casa e non i consiglieri dopo il Consiglio; come se, una volta proclamata la sua incapacità, la minoranza debba attenersi ad una strategia per mandare a casa un sindaco dannoso solo perché gliela indica il sindaco dannoso. La minoranza deve mandare a casa il sindaco quando può e con tutti i mezzi leciti perché la città ha diritto ad avere un sindaco che abbia una maggioranza. Il richiamo di Di Piero alla buona prassi politica è ancora più tartufesco, se si considera che proprio lui praticò la stessa procedura quando era consigliere.

Il libro annunciato

Adesso dovrebbe scrivere il libro che ha annunciato in Consiglio l’anno scorso, come se fosse Giulio Andreotti in persona (che, oltre tutto, doveva cercare di alleggerire la sua immagine dal peso soverchiante di una sentenza applicatrice di una prescrizione per fatti di mafia e non un’assoluzione). Può scrivere, certamente: troverà in questo giornale inchiostro e argomenti che non potranno che delineare meglio le sue responsabilità e il sollievo che oggi può provare la città intera alla diffusione della notizia. Per fortuna abbiamo qualche familiarità in più con tipografie e coerenza di idee.

I Sulmonesi votano chi li devasta

Solo per pochi mesi potremo tirare un sospiro: è all’orizzonte un’altra candidatura della scuderia di Andrea Gerosolimo. Non se ne conosce il nome perché un ronzino vale l’altro e, quindi, viene divulgato all’ultimo momento. Ma i Sulmonesi hanno in buona parte votato alle ultime regionali la moglie di Gerosolimo, Marianna Scoccia; segno che hanno dimenticato che Gerosolimo, da assessore regionale, colludeva con D’Alfonso per privare Sulmona della stazione sulla linea Pescara-L’Aquila e addirittura dell’autostrada A25 con la deviazione da Bussi a Collarmele; che ha messo uomini di stretta osservanza al “Cogesa” per riversare a Sulmona l’immondizia degli aquilani a costi inferiori a quelli che pagano gli stessi sulmonesi e che gli aquilani ancora non pagano senza subire azioni di recupero; che ha detto, proprio alle elezioni comunali di tre anni fa, che il tribunale era perso e non valeva la pena di combattere; che nella sua carriera prima della candidatura a sindaco ha fatto parte di una società che rispondeva alle aste giudiziarie (il che non rappresenta il massimo dell’impegno lavorativo, oltre che gettare qualche ombra sulle finalità); che tre ore dopo i primi inneschi dell’incendio del Morrone ha detto che bisognava rimboschire con procedura d’urgenza (come succedeva in Calabria non proprio per reintegrare il patrimonio boschivo); che ha rinunciato al ballottaggio dell’ottobre 2021 per intuibilissimi accordi con Di Piero. Questa bella coppia votano i Sulmonesi quando sono chiamati alle urne. Il problema è che la discarica di Noce Mattei, la stazione ferroviaria, l’autostrada, il Morrone, il tribunale non appartengono a quella pletora di elettori questuanti sempre alla ricerca di un posto comodo e redditizio, oppure di giovani che, pur di rimanere all’ombra del campanile dell’Annunziata, non sentono il disvalore di votare per chi da oltre venti anni non fa che impoverirli. Appartengono ad una società che vuole avere un futuro e che non li baratterebbe con nulla perché sa che, senza, sarebbe costretta a perire irreversibilmente.

…ma una speranza c’è

Bisognerà, da qui a maggio-giugno, trovare qualcuno che abbia il coraggio di parlare chiaro e che, soprattutto, non abbia ambiguità con persone che vanno demolendo la città, le sue istituzioni, i suoi uomini se solo sono avversari politici.

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