L’Abruzzo non è stato mai isolato, aveva un tratturo che lo legava al mondo

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Chiesa  lungo il tratturo a Castel di SangroRIFLESSIONI SUL CONVEGNO DELLA TRANSUMANZA

12 GIUGNO 2013 – Riportiamo il testo dell’intervento della Dott.ssa Mariapia Graziani al convegno “Il futuro della memoria”, tenuto ieri a Sulmona (per il resoconto degli altri interventi, rimandiamo a”Chi ama l’Abruzzo non vi incontra solo pastori”).

 

Dal momento che il prof Saverio Russo ha richiesto una più chiara definizione degli obiettivi di questo incontro, voglio dire che in un momento, come quello attuale, in cui numerose sono le iniziative che si organizzano sul tema della transumanza (giorni fa, Marsiglia ha ricevuto proprio al centro della città carovane di pecore, cavalli, asini provenienti dalle parti più disparate dell’Europa, fra qualche giorno partirà da Lucera un trekking “coast to coast” organizzato dalle 4 regioni (Abruzzo, Puglia, Molise, Campania),   e poi ancora numerosi trekking a piedi, a cavallo, in bici sui tratturi; fine luglio Rivisondoli e Pescocostanzo promuoveranno una festa in cui la transumanza verrà legata alla pizzica e così via…), l’Associazione Culturale Teatro di Gioia, in collaborazione con il Museo della Transumanza di Villetta Barrea, ha voluto invece promuovere un momento di riflessione collettiva,  in cui il tema di fondo su cui confrontarci tutti è: quali sono i valori della transumanza esportabili al III millennio e come operativamente muoversi.

Siamo partiti dalla convinzione che , come bene ha detto il prof. Raffaele Colapietra , vada superato lo stereotipo transumanza = Abruzzo, come vada considerata riprovevole, oltreché miope, la diffusa indifferenza da parte di molte istituzioni (e non a caso solo il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e l’Agenzia per la promozione culturale della Regione Abruzzo sono qui presenti con noi), a cui ha fatto riferimento anche il prof. Franco Cercone. O ancor più grave è il non raro utilizzo delle risorse disponibili per ristrutturare edifici pastorali mai utilizzati, realizzare segnaletiche con il tempo illeggibili, stampare brochure informative giacenti in scantinati, dirottare ad altri fini risorse economiche destinate dalla UE alla valorizzazione dei tratturi .

L’eredità comune della civiltà della transumanza merita il dovere di tutti noi di un’approfondita conoscenza dei valori di cui è stata portatrice, pur nella consapevolezza delle sue criticità, , ma merita anche una valorizzazione che vada al di là di un uso estremamente riduttivo che paralizza l’attenzione solo sugli aspetti folkloristici.

Noi siamo convinti che questo nostro passato possa portarci ancora, se coniugato alle esigenze della contemporaneità, ad un’economia vitale, come dimostrano del resto presenze significative nel settore, come Nunzio Marcelli, Gregorio Rotolo, Claudio Di Domenico, Ermanno Graziani, numerosi altri, che devono essere definiti non  “gli ultimi eroi dell’era della transumanza” (come è stato detto) , ma “ i nuovi pastori” che hanno il merito di aver fatto proprio   uno stile di vita alternativo rispetto ai modi convenzionali dell’agricoltura e della società , e che devono essere riconosciuti come pionieri di strade che aprono per tutti un futuro.

Del resto numerosi sono gli esempi oltralpe che ci dimostrano come la pastorizia abbia una grande vitalità economica se viene utilizzata la lana delle pecore nella bioedilizia e la carne e il latte nelle filiere del Km zero, se viene certificata la qualità dei formaggi e così via, traguardi che laddove vi sono istituzioni sensibili, giovani adeguatamente formati e un sistema territoriale sufficientemente coeso, è possibile raggiungere con facilità.

Ma siamo convinti anche che l’attuale valorizzazione dei tratturi in chiave solo turistica sia poca cosa rispetto alle potenzialità espresse dal patrimonio della transumanza. E noi crediamo che sia urgente sviluppare una riflessione collettiva sui suoi valori e in particolare su quelle esportabili al terzo millennio. E cercherò di sottolineare due aspetti , fra i tanti, della civiltà della transumanza che a mio avviso hanno un grande interesse per il futuro, attraverso l’ analisi di due iscrizioni pastorali particolarmente significative.

La prima è quella che il PNALM ha   voluto all’inizio del tratturo Pescasseroli-Candela in località Campomizzo: “Molti uomini hanno fatto il cammino che noi facciamo: la nostra orma si perde, ma la strada rimane”. Quali sono i valori che questa iscrizione sottende?

Molti uomini hanno fatto il cammino che noi facciamo… qui non si parla solo della transumanza a partire dal periodo aragonese, qui si fa riferimento a quelle numerose generazioni di pastori che, dal ver sacrum (IX, VIII sec a C) in poi, hanno percorso, dietro alle proprie greggi, questi sentieri.

La nostra orma si perde, ma la strada rimane…. L’orma dell’individuo si perde, si può perdere, purché la strada rimanga e continui ad essere percorsa.

Pei i pastori dell’età aragonese e moderna come del resto per quelli dell’età safina, perché questo valore è proprio un valore che deriva dai Sanniti, il valore cardine della vita non era il senso della propria vita, o il proprio benessere, la propria orma, ma   il bene supremo era la vita della comunità (nella lingua osca, parlata dai Sanniti, la comunità era la “touto” ), che richiedeva un lavoro vissuto con dedizione totale, perfino se comportava condizioni di sacrificio estreme. Un legame che non si esauriva in mansioni operative, ma implicava un coinvolgimento personale totalizzante e perfino il coinvolgimento dei familiari, dei compaesani ,nella consapevolezza che, altrimenti, sarebbe stata a rischio la sopravvivenza della comunità. ”I legami sociali erano strettissimi, cementati dagli interessi comuni e mai allentati dall’egoismo, fatti di gratitudine per le generazioni precedenti e di attenzione per quelle successive, con un vero e proprio culto degli antenati” (Uberto D’Andrea) .

La pazienza, il coraggio e l’onore [1] erano i grandi valori della società pastorale come di quella sannita ( in antitesi questa con gli stili di vita dei Romani, in alcune epoche molto attenti all’accaparramento della ricchezza e del potere, preda non rara di vizi e di corruzione), che si appoggiavano sulla convinzione di appartenere a un sistema che andava salvaguardato in ogni modo per non incorrere in minacce gravissime, come la crisi del sistema sociale. E questa società si è mantenuta inalterata per secoli e secoli, grazie proprio a quell’ isolamento che ha caratterizzato i nostri paesi di montagna, dove fino all’inizio del 1800,   le uniche strade che li attraversavano erano i tratturi.

La critica a questa società da parte degli illuministi francesi , se da una parte ha portato alla luce le stridenti sperequazioni sociali, che nell’evoluzione dei tempi si erano create, evidenziate anche nei quadri del pittore di Castel di Sangro, Teofilo Patini (Bestie da soma, L’erede ecc) , è stata tuttavia mossa in nome del principio dell’individualismo borghese, in contrasto totale con quello dettato dal profondo senso della solidarietà e dell’unione della comunità che aveva   animato per tanti e tanti secoli l’epoca della transumanza. E se questo concetto con il tempo aveva perso il suo senso in molti luoghi, era ancora vivissimo nei paesi montani, dove vigeva uno stile di vita improntato sui valori antichissimi della “comunità”.

Questo deve farci capire il radicale passaggio che c’è stato tra un’epoca e l’altra e che è stato solo in parte sintetizzato nel detto “o transumante o brigante o emigrante”. Con il decadere della transumanza, infatti, non si può pensare che sia avvenuto soltanto un radicale cambiamento nell’economia dei paesi, ma si è verificato anche e forse soprattutto un cambiamento degli stili di vita.

L’antico scambio gratuito dei servizi proprio di una società comunitaria è stato progressivamente sopraffatto, anche in conseguenza del progressivo emergere della società dei consumi, dalle rivendicazioni del proprio spazio individuale e la disunione fra le persone , fra i gruppi, fra i paesi    è diventata una costante del territorio, senza peraltro   consentire quel confronto fra differenti pensieri, fra diverse idee, proprio dell’età moderna,   e  finendo quindi a deprivare i paesi di quel portato individuale legato alle esperienze personali, ricche di valori affettivi, emozionali, intellettuali, che, messe in comune, possono alimentare invece   la vitalità del territorio. Solo eccezionalmente, in particolari momenti, come in quello dei funerali o di particolari catastrofi (terremoti ecc), le comunità riescono ancora  a ritrovare quell’unione, che costituisce il loro imprinting originario e che , nel terzo millennio, può riportare ad un nuovo spirito comunitario dove la comunità per un verso riprende ad essere vissuta come bene comune, ma per l’altro può arricchirsi costantemente del portato individuale dei singoli componenti.

Ma vi è una seconda iscrizione, forse ancora più significativa; è un’iscrizione in pietra che si trovava nella Taverna Val Salice, alla confluenza tra il tratturo Pescasseroli-Candela e il Castel di Sangro Lucera, e che oggi è stata portata al Museo della Maddalena di Castel di Sangro:   Negotio paraveris otium, che solitamente viene tradotta “Con il tuo lavoro preparerai la tua vacanza”. Ma l’ammonimento ai pastori non era per nulla questo, come vorrebbero farci credere i miti che dirigono la nostra società,   per stimolarci oggi all’attivismo nevrotico nel miraggio di un tempo futuro maggiormente a misura dei nostri sogni e creando in tal modo una schizofrenia insanabile fra realtà e desideri, fra presente e futuro, fra tempo di lavoro e tempo di vacanza, fra inferno e paradiso. Viceversa significa “Predisporrai il tuo ozio nel lavoro” così come i pastori solevano fare, unendo alla loro attività lavorativa la loro creatività artigianale, intellettuale e spirituale. E così come ozio e negozio sono due aspetti strettamente uniti, il valore che ci insegna la transumanza è il collegamento fra realtà differenti che possono trovare una sinergia, fra gruppi e popolazioni diverse che possono stabilire un accordo e un confronto pluralistico, fra territori fisicamente e culturalmente lontani, ma che nella loro complementarietà possono costituire un sistema fecondo, allo stesso modo in cui, nell’epoca della transumanza, attraverso i tratturi, si collegavano fra loro ambiti territoriali diversi , ma strettamente complementari. E questo equilibrio, che è un aspetto peculiare della sapienza pastorale, può diventare l’eredità per le generazioni attuali , un’eredità che si apre al futuro, a saperi nuovi, a nuove professionalità, a nuove tecnologie, a nuovi stili di vita, in una parola a nuove e grandi prospettive.

In tale contesto i tratturi da fondamentali vie della lana del passato e da monumenti verdi del presente (come risorse uniche e speciali, in grado di conciliare escursionismo, archeologia, storia e tradizioni) possono e, a nostro avviso, devono diventare VIE DELL’ARTE in cui il potenziale dell’arte, finora scarsamente messo a frutto dalle istituzioni, costituisce un potente volano di educazione al collegamento e all’ integrazione fra popolazioni e territori dando vita a nuove forme di “ transumanza”.

Mariapia Graziani

[1] I Sanniti erano soliti combattere fino a morire, anche senza speranza di vittoria e preferivano essere uccisi pur di non rinunciare a salvare la loro libertà