Le inaugurazioni di Canzio

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Corte dAppello AQ

A L’AQUILA LA CORTE RIMASE CHIUSA PER ALTRI MESI, A MILANO…

28 GENNAIO 2015 – Tra le non poche cose della Giustizia italiana che non si comprendono facilmente c’è l’intrusione di un giudice di Milano in un processo di Palermo.

Con tutto che sono trascorsi alcuni giorni dal discorso di apertura dell’anno giudiziario del dott. Giovanni Canzio, primo presidente della Corte d’appello di Milano, non abbiamo capito perché mai se la sia presa tanto con colleghi in servizio a Palermo pur non citati per nome e cognome, come il pubblico ministero Di Matteo che tra l’altro, al contrario di Canzio, vive sotto la continua, concreta minaccia di morte e deve morire per decisione di Riina, libero di esprimersi in questo modo pur essendo recluso in un carcere e al regime del 41 bis. Canzio ha detto pubblicamente (o scritto separatamente, il che è peggio) che a quel grande presidente della Repubblica che sarebbe stato Giorgio Napolitano si poteva risparmiare il peso della testimonianza nel processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia. Lo stesso Canzio ha (male) usato il luogo dal quale parlava per una, questa sì evitabile, sviolinata al capo dello Stato.

Il lettore attento si potrà chiedere a questo punto perché un giornale che ha scelto di non interessarsi, in genere, di avvenimenti e cose diverse da quelle cittadine e abruzzesi, voglia derogare da questa impostazione e trattare di un discorso pronunciato così lontano per un processo celebrato ancora più lontano.

Non deroga un fico secco.

Giovanni Canzio è stato il presidente della Corte d’Appello dell’Aquila che nel settembre 2011 inaugurò la nuova sede, davanti alla stazione ferroviaria dell’Aquila, con tutta la Corte schierata di giudici, cancellieri, rappresentanti degli avvocati. Si sottolineò che era quasi un miracolo che si potesse riaprire una Corte d’appello in così poco tempo dopo tutto quello che aveva fatto il terremoto. Quasi tutti i giornalisti si fecero megafoni umani di questa impostazione e, senza neppure verificare quello che un bambino poteva verificare, “passarono” il lancio negli stessi termini nei quali era prospettato dai protagonisti, come purtroppo accade sempre più spesso negli organi di informazione regionale, ridotti al ruolo di passacarte.

Questo avveniva di sabato. Il martedì successivo, sicuri di trovare gli stessi cancellieri, gli stessi giudici, gli stessi rappresentanti di avvocati a lavorare sodo nelle stanze appena acquietatesi dalle vibranti parole dei fausti inauguranti, andammo alla Corte d’Appello: non si notava neppure il guardiano e il fatto cominciava ad insospettirci. Non c’erano i computer, le scrivanie erano nelle cancellerie con le sedie ancora avvolte nel cellofan; le linee telefoniche erano scollegate e qui e là giravano tecnici con cavi e doppini; nelle aule di udienza il silenzio regnava sovrano; di Giovanni Canzio neppure il fruscio di toga; i cancellieri erano tornati nel palazzaccio di Bazzano (esiste un Palazzaccio a Roma, ma tra quelli giudiziarii il palazzaccio sommerso nelle pozzanghere è solo quello di Bazzano). E questo non durò solo per i residui giorni di settembre: anche a ottobre e a novembre gli effetti dell’inaugurazione erano tutti nelle fantasie dei protagonisti e dei giornalisti che non ebbero neppure il pudore di dire che si erano trattato di una prova generale, forse e a voler essere buoni. Quelli che, tra gli abruzzesi, avevano letto giornali e guardato le televisioni si recavano davanti alla stazione ferroviaria convinti che la nuova Corte d’appello funzionasse lì per scapicollarsi poi a Bazzano e cercare di arrivare in tempo per le udienze (tanto, come si sa, i fruitori dei servizi in Italia valgono come il due di coppe).

Qualcosa, quindi, c’entra il discorso di Giovanni Canzio con questo Abruzzo che aveva da lui avuto una inaugurazione così farlocca. E la cosa poteva restare dov’era, cioè nelle tante considerazioni che un cittadino comune può fare se non ci andasse di mezzo la figura del pubblico ministero Di Matteo, persona tra tutte la più degna in questa fase di battaglia contro la mafia eppure bastonato dalle più alte cariche dello Stato come un cane che si permette di entrare in chiesa.

Non è interessante conoscere il motivo dell’inaugurazione strana della Corte d’Appello dell’Aquila, allestita nel 2011 qualche settimana prima che il dott. Canzio se ne andasse avendo ottenuto o stando per ottenere il trasferimento; non è interessante conoscere il motivo del riferimento che nell’inaugurazione dell’anno giudiziario il dott. Canzio ha fatto a giudizi così lontani dal suo distretto. Ma, almeno, chi fece quella inaugurazione del palazzo così… fantasiosa, almeno poteva attenersi ad una inaugurazione dell’anno giudiziario prendendo a modello l’invito del sen. Razzi come espresso da Crozza. Avendo assistito ad un passaggio della carriera di Canzio, sentiamo il dovere civico di riferirlo: un po’ perchè è pura verità e la verità deve sempre prevalere; un po’ perchè, dovendo scegliere tra Canzio e Di Matteo, non avremmo esitazione alcuna. Anzi, speriamo che solo per questo passi la riforma di Renzi che, piena di populismo per la questione delle ferie di 45 giorni, contiene spunti di grande civiltà giuridica nel mandare a casa a settanta anni i capi degli uffici giudiziari: potrebbero restare in magistratura fino a 75 anni, ma solo per fare le sentenze, senza ricoprire incarichi direttivi. Esattamente il contrario di quello che accade adesso, dopo una delle tante riforme scritte su dettatura dei magistrati. Canzio rimarrebbe in magistratura, senza poter fare gli elogi di un capo dello Stato che meriterebbe che qualcuno lo tratti per quello che ha fatto e detto? Dubitiamo.