IL LUNGO NASO DI CARLO III NELLA ZECCA GOVERNATA DA VINCENZO MAZZARA

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14 GENNAIO 2024 – Non era un profilo da mettere in monete preziose, ma Carlo III di Borbone è stato grande, con la sua modernità, con il favore per gli studi, le opere pubbliche, l’assistenza ai poveri. E il suo percorso numismatico, a metà del Settecento, si incrociò con l’ascesa della famiglia sulmonese dei Mazzara, quando avevano ancora due zeta, al punto che due di loro furono governatori della Zecca del Regno. 

Se un regnante venisse ripreso oggi con questo naso si penserebbe subito ad una esagerazione da caricatura; e la firma non sarebbero quelle due “M” dei Mazzara, ma le iniziali di Forattini. Eppure il realismo del più noto e liberale dei Borbone consentiva di riprodurre quell’impegnativo naso che pendeva, nelle monete come nei dipinti. Provate a fare lo stesso con il Re d’Inghilterra, che in quanto a naso si avvicina molto a Carlo III (numerazione uguale alla sua, ma illuminismo dieci volte più alto all’ombra del Vesuvio) e supera il suo omonimo di qualche spanna per le orecchie. E’ il conformismo del XXI secolo che impedisce l’esternazione della realtà, edulcorata a servizio del regnante.

Vincenzo Mazzara può considerarsi il capostipite della nuova dignità che legava la famiglia alla Corona, tanto che cominciò alla lontana a progettare il palazzo, tra le più belle residenze nobiliari d’Abruzzo (anzi la più bella, come annota lo scrittore Giovanni D’Alessandro), oggi abbandonato dal Comune alle intemperie e ai piccioni. Domenico, dopo di lui, diventò Governatore della Zecca, come compiutamente ha riferito Fabio Maiorano nella conversazione di ieri l’altro alla “Università della Libera Età”. E così, dopo Domenico un Panfilo, che già aveva una sola zeta nel cognome (basta leggere la lapide della via del Comune) e, dopo, un altro Vincenzo, con la biforcazione per Domenicantonio, padre di Panfilo, ultimo dei marchesi, generoso e votato in massa dai sulmonesi sotto la bandiera del Partito Liberale Italiano, a conferma che quando un grande cero si spegne dà l’ultima fiammata dello stesso colore ed intensità della prima.

Fabio Maiorano, nuovo rettore della USLE dopo la scomparsa di Ezio Mattiocco, ha portato con sé le meraviglie del conio, raccontando come se l’è procurate e svolgendo collegamenti con un’epoca smagliante per la città e per il Regno. Le “M” sulle monete sono stilisticamente uguali a quelle che ancora sovrastano i portoni di ingresso del Palazzo e della Cavallerizza (palazzo delle scuderie) in Via Carrese. Una iniziale che coincideva con quella del “Magnificat” intonato nella Chiesa dell’Annunziata, dove ancora si possono vedere le corone del Regno intarsiate nei marmi della balaustra nella prima cappella della navata di destra. “L’argento fa la guerra” dicono i Francesi; ma al conio del XVIII secolo l’argento interpretava un modo di vivere ricco di visioni illuministiche e anche di profonda autoironia.

Nella foto in basso il retro della moneta con le “M” di Mazzara

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