Quando la “liaison” del Re con i sudditi lasciò il posto alle forche

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Carlo di Borbone, Re di Napoli e poi di Spagna

Lo stemma borbonico di Napoli

L’APPROFONDITO ESAME DEL REGNO DI NAPOLI DI GIANNI OLIVA

16 AGOSTO 2018 – Altro che il brevissimo tratto di ferrovia Napoli-Portici. La modernità del Regno di Napoli veniva da lontano, da un secolo prima, quando nell’Università partenopea fu inaugurata la prima cattedra di Economia e Commercio d’Europa: segno della importanza della capitale del regno del sud e segno della lungimiranza del Re Carlo. Ma ci fu un prima e un dopo nella storia di dedizione e affetto dei napoletani per il loro Re Carlo e per i Borboni fino a Ferdinando IV (o Ferdinando I, Re delle Due Sicilie e non più solo Re di Napoli). Ci fu il “prima” delle grandi opere e delle grandi riforme di Re Carlo, che fece ingresso nella sua nuova città, venendo dalla Spagna, nel 1934, giovanissimo e prima ancora di sposarsi per procura; e ci fu il “dopo” dell’assurda mancanza alla parola data dal cardinale Ruffo di Calabria, il che scatenò la repressione e fece dipingere i Borbone per quanto effettivamente si erano manifestati dopo il ritorno sul trono perso nel 1799 (compito facile per i piemontesi usurpatori del Regno delle De Sicilie).

Bisognerebbe leggerlo questo “Un regno che è stato grande” di Gianni Oliva (MONDADORI Le Scie, 2012 pag. 1-265, euro 20), con ampio indice dei nomi stampato mentre ancora duravano gli echi delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Si vedrebbero scolorire le nostalgiche tinte di esaltazione del paternalismo borbonico, perché qualcosa si ruppe tra Ferdinando di Borbone e il popolo napoletano, o, meglio, le classi più elevate della società napoletana. Vediamo in brevissima sintesi cosa accadde dallo spodestamento del re, per mano della Repubblica napoletana nel 1799 e il suo ritorno sul trono. Il Cardinale Ruffo di Calabria si impegna personalmente nel risalire dalla Calabria a Napoli alla testa dei “sanfedisti”: la sua autorevolezza e tutto il bene che i sudditi ricordavano produssero gli effetti di un trascinamento entusiastico. Ruffo aveva assicurato il perdono a tutti coloro che, pur essendo passati alla Repubblica, si fossero ricreduti: e la sua parola incrementò le file del suo esercito. Su espressa indicazione degli inglesi (che avevano una salda alleanza con Ferdinando IV), il Re non rispetta il proclama di clemenza e sui fautori della Repubblica si abbatte la scure di brutali esecuzioni e comunque di condanne feroci. Persino l’ammiraglio Caracciolo, uomo di primissimo piano della società partenopea, subisce un processo-farsa e viene impiccato all’albero della sua nave, secondo un rito che non era della cultura giuridica napoletana all’indomani delle riforme di Re Carlo e, semmai, era tutto degli Inglesi e delle loro modalità coloniali. Il discredito per il modo nel quale questa liaison tra i sovrani di Napoli e il loro popolo venne spezzato fu il filo rosso di tutto l’Ottocento e giunse fino all’ultimo dei Borbone, il Francesco II che nessuna colpa aveva.

Il percorso di queste duecento pagine di analisi approfondita e serena, scevra da aprioristiche prese di posizioni, è molto articolato ed è ricco di richiami alle opere di chi si è cimentato nell’esame della anomalia meridionale nella grande Europa del XVIII e del XIX secolo: un regno dalla sconfinate risorse, naturali e umane, che giungeva a pagare un terzo del proprio bilancio agli Austriaci perché non riusciva ad organizzare un esercito proprio e si faceva difendere dalle truppe di un Impero lontano; un regno che sapeva valorizzare tra le eccellenze intellettuali i figli di modestissimi artigiani; un regno che aveva in un rampollo dei principi Filangieri, Gaetano, il consigliere di Benjamin Franklin per la legislazione degli Stati Uniti d’America; un regno che arrivò al 1860 decine di volte più ricco del Regno di Sardegna che lo incorporò depredandolo delle sue ricchezze e rifocillandosi con l’oro del Banco di Napoli, con le fonderie di Pietrarsa, con la flotta più grande d’Europa dopo quella inglese, con gli studi di legge più moderni del continente. Altro che ferrovia Portici-Napoli…

Il museo ferroviario di Pietrarsa

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