L’ODISSEA PRIMA DI TROVARE LA NUOVA PATRIA

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22 DICEMBRE 2010 – Un milione di lire costò a Leo Kacorri (nella foto del titolo) il viaggio dall’Albania all’Italia, in una notte di fine novembre del 1994. Ma quella cifra, che era già altissima per l’epoca nella quale fu spesa, non bastò neanche ad arrivare sulla spiaggia di Bari. Il gruppo di sessanta albanesi (per lo più giovanissimi) fu lasciato dove appena si toccava il fondo del mare e il gommone ripartì subito; quindi quel… sodalizio della speranza dovette arrivare quasi nuotando e orientandosi con le luci che venivano dalla spiaggia.

Avevano detto loro che sarebbe stato opportuno portarsi un ricambio. Difatti, prima di arrivare alla stazione ferroviaria di Bari, si cambiarono alla svelta e si misero in attesa di altri “passaggi programmati”.

E le spese non erano finite, perchè con i contanti che ognuno teneva serrati per quanto possibile, furono pagati tutti i “taxi” (ma saranno state automobili organizzate al di fuori di ogni circuito regolare, con pretese di 150.000 lire da ogni trasportato) che si distribuirono quegli albanesi per lasciarli nei pressi della partenza con il treno verso il nord.

Atteggiamento singolare quello di aggiustare tutte queste “consegne”, per un Paese che diceva di sentirsi minacciato dalla immigrazione incontrollata. In realtà erano gli albanesi a rendersi conto per primi che qualcuno (tra quelli che contavano) non aveva nessuna intenzione di bloccarli. Gli sbarchi si succedevano a ritmi serrati, con numeri di trasportati che già erano alti e che andarono aumentando non appena si sapeva in patria che l’emigrazione riusciva benissimo. Di certo questi approdi non dovevano sfuggire alle autorità di polizia e probabilmente neanche a quelle politiche ai più alti livelli; e, quindi, se duravano, finivano per essere considerati anche ai limiti della regolarità.

Comunque, vietate o non, le migrazioni incominciate con il gommone a Durazzo (come quella di Leo Kacorri, appunto), portavano la seconda ondata di albanesi nelle città e nei paesi abruzzesi, dove cominciava la fase più difficile. Prima di tutto l’imperativo che si diffondeva tra gli ospiti era quello di non violare in nessun modo le regole: da quelle della buona educazione a quelle del codice penale. Leo ebbe la fortuna di vivere questa fase insieme ai tre fratelli, con i quali si incontrò di nuovo a Sulmona: significava per tutti controllarsi a vicenda, una specie di occhio vigile della madre che era rimasta a Mirdite, vedova da più di dieci anni. Gjevalin era il più grande di tutti, ma non superava i 26 anni; poi c’era Vera, che aveva 24 anni, poi Leo, che aveva da poco superato i 22 anni e infine Drita, che aveva 19 anni, ma un carattere così deciso da imporsi più degli altri sulle scelte di Leo, fino a diventare l’elemento di moderazione per le fin troppo esuberanti energie del ragazzo in cerca continua dell’incontro con la Fortuna.

“Alla televisione vedevi solo le cose belle dell’Italia” ricorda ora Drita. “Poi tutti quanti si rendevano conto che bisognava lavorare sodo; e bisognava avere molte energie”. Drita, detta Kiti, se ne sarebbe tornata a casa dalla madre, dove stava bene e sarebbero partite in due, con l’altra sorella. Ma Leo non è stato mai sfiorato dall’idea di annullare l’appuntamento con un destino che considerava formidabile; e sapeva di avere tutte le energie necessarie, forse qualcuna di più. “Io stavo per tornarmene, più di una volta – aggiunge dopo 16 anni quella che a Sulmona cominciava ad essere conosciuta come “la sorella di Leo” e che aveva smesso di andare all’università quando scoppiarono i disordini del cambio di regime in Albania – ma fu lui che mi diceva di non voler rimanere da solo. Ed era così convincente o solo così ostinato che alla fine siamo rimasti tutti”.

Solo fino ad un certo punto, perchè Gjevalin cadde nella rete dei controlli: a Pescara, peraltro, dove la Polizia cominciava a tenere molto dritte le antenne e da dove, nel 1998, il giovane fu identificato e immediatamente reimbarcato al termine di un viaggio-lampo fino a Bari a bordo di un’auto della Polizia, segno che l’allarme-immigrazione cominciava a diffondersi e le misure venivano accelerate. Ma bloccare un esodo non si può; ne hanno saputo qualcosa anche gli imperi di acciaio. I viaggi in gommone, che nel migliore dei casi duravano due o tre ore, per gli imprevisti potevano durare una notte (come il viaggio di Leo), ma non di più. Di lì a qualche giorno Gjevalin stava di nuovo a Sulmona, trasportato da un altro gommone; e di lì a qualche mese veniva ancora ricondotto alla frontiera di mare. Comincia il periodo più stressante per Leo, spinto dalle sorelle a fare di tutto per riportare il fratello in Italia. E si buttò a capofitto in una battaglia legale. Non poteva distrarsi un attimo, doveva controllare che tutte le opposizioni e gli appelli possibili fossero esaminati presto. E intanto non poteva trascurare le impalcature e i dipendenti della sua impresa. Questo era il costo che Leo pagava giorno e notte per tenere desto il suo sogno di diventare imprenditore in Italia.

Insomma, una battaglia di famiglia. “Leo un anno fa aveva cominciato a raccogliere i frutti della sua impresa e avrebbe potuto goderseli con la sua famiglia” conclude Kiti, pure lei sposata da tempo a Sulmona, “è proprio assurdo che abbia lasciato tutti nel momento nel quale poteva riposarsi un po’”.