Lo Scanderberg della filantropia

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Foto_KacorriSi scrutano da frasi occasionali i disegni delle persone.

“Tutto questo un giorno sarà Impero Kacorri” disse ad un vigile urbano che lo fermò, accigliato, per un controllo

lungo Corso Ovidio. L’importante è crederci, quando si viene da lontano e non si ha niente, nemmeno il gommone  sul quale si attraversa l’Adriatico. Forse proprio non avere niente dà più spazio all’aspirazione di diventare; e la vita si trasforma nella fede di tutti i giorni, nella applicazione del primordiale istinto di conquistare e costruire. Che, poi, qualcuno possa ostentare superiorità per queste affermazioni di certezza assoluta nel proprio destino e relegarle all’ambito delle smargiassate è a sua volta un atteggiamento di presunzione, se si pensa che a celebrare il primo anniversario dalla morte di un uomo così sia stato presente di persona l’Ambasciatore dell’Albania, avventuratosi in una giornata da lupi sull’Appennino, senza desistere neppure dopo un blocco di varie ore sull’autostrada e minimizzando, all’arrivo: “Sono cose della stagione invernale”. C’era schierata tutta la società della Sulmona da conquistare: il Vescovo, non solo per sottolineare il cammino di Luan Kacorri verso la religione cattolica (anzi è stato questo l’aspetto più diplomaticamente accantonato, perché la Chiesa è attenta nel non fare proselitismo a scapito di altre religioni); il Sindaco, non solo per parlare della integrazione degli stranieri nella comunità cittadina, ma per sottolineare che la donazione di un organo come il cuore trasmette l’impulso della vita anche ad uno sconosciuto, pompa sangue ed emozioni anche nel mondo più lontano e straniero; il Presidente del Lions club, per riaffermare che si può servire anche senza occupare nessun livello di prestigio.

Forse li aveva invitati tutti proprio Leo Kacorri, con quella donazione totale di organi e di quelle presenze sarebbe andato fiero, anche se non gli servivano più a mettere insieme i mattoni del suo “impero”. C’era una spinta morale in quell’albanese, che lo proiettava in una specie di cammino doveroso per conquistare la fiducia delle persone: le sue energie certamente gli venivano dalla certezza di agire senza macchia, come un cavaliere di antiche leggende. Non lo faceva solo per presentarsi e accreditarsi in un Paese straniero: se fosse stato solo di facciata, un atteggiamento del genere sarebbe risultato alla fine troppo faticoso, passati i primi anni.

Probabilmente deve averlo trattenuto dai piccoli egoismi e dal compiere ingiustizie anche una certa superstizione del suo ambiente, per la quale il male che si compie, prima o poi, ricade immancabilmente sull’autore; debbono averglielo detto i genitori fino a quando hanno potuto parlare con lui, fino a quei vent’anni che lo hanno portato ad affrontare il mare. Né più e né meno di quello che accadeva agli emigranti italiani che avevano forze e purezze molto più grandi delle società che li ospitavano nascondendo il peccato originale di pagare sotto costo il lavoro.

Ma se non si possiede un “fuoco sacro” e non si hanno grandi mete, anche i consigli più autorevoli hanno breve durata; figuriamoci, poi, le superstizioni che si dissolvono alla prima verifica un po’ attenta.

Leo il suo “impero” lo voleva a tutti i costi, ma non al costo più improduttivo, quello del guadagno facile, in una società che ha tutti gli occhi puntati su chi ha in animo di fare; quindi il suo agire correttamente era anche una strategia laica e non solo una regola religiosa. Una diminuzione, per questo? Magari così la pensassero tutti quelli che fanno un’impresa o un partito politico: andrebbe bene che lo facessero anche per accrescere la propria influenza, secondo l’impostazione etica di quella minoritaria borghesia che ha nobilitato le società italiana post-unitaria, convivendo con dignità e peraltro distinguendosi dai borghesi simili ai grassatori, interessati più a cambiare le regole per imporle agli altri e utilizzando la politica solo per questo, anche 150 dopo i vagiti dell’ Unità nazionale.