MARIO MARCONE INVESTITO E RICOVERATO

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IMMAGINE DI UN ERUDITO TRA LE COLONNE DI PIOMBO TRENT’ANNI FA

2 LUGLIO 2013 – Mario Marcone è stato investito ieri in Piazza XX Settembre da un furgone in manovra di retromarcia. L’ex bibliotecario, conosciuto da intere generazioni di studenti sulmonesi, è stato subito portato all’ospedale; le sue condizioni non sono gravi, anche se sembra abbia riportato una frattura. Nella foto Mario Marcone accanto a Nicolae Lascu, illustre latinista rumeno, in gita a Passo San Leonardo durante il gemellaggio tra Sulmona e Costanza, luoghi di nascita e di morte di Ovidio.Correva l’anno 1973.

Nel luglio di trent’anni fa, quando le estati erano torride, una serie irripetibile di circostanze sataniche ci portò a trascorrere un quarto d’ora notturno con Mario Marcone in un tavolino di Via Veneto a Roma, quando non erano ancora trascorsi dalla Dolce Vita i decenni che ci separano oggi da quella fatale occasione.

Conclusione in Via Veneto

Se ce l’avessero detto la mattina alle nove, non avremmo mai creduto a quello che si preparava; ma, pezzo per pezzo, con un po’ di inventiva, alle sei di pomeriggio qualcosa potevamo indovinarla, visto come s’era girata la mattinata e stava proseguendo la giornata. Durante la notte era stato ucciso a coltellate un sindaco, che è cosa che forse non è mai successa in Val Peligna; nel pomeriggio furono arrestati alcuni giovani per violenza carnale, che è cosa che pure non veniva messa nelle “brevi” delle pagine di cronaca regionale; e una settimana prima era andato in ferie il capo della redazione de “Il Tempo” Guido Vernacotola, il che da solo superava ogni spazio temporale di ripetitività rispetto ai primi due fatti. Oggettivamente: in quale altro modo poteva chiudersi la giornata se non prendendo un drink in via Veneto con Mario Marcone?

Scattate le foto ai luoghi dell’omicidio compiuto a Roccacasale vicino ad un ulivo e in una tenebrosa notte di luna (ma nel frattempo il sole si era preso la scena e infieriva con i quaranta gradi all’ombra dell’ulivo), scritto l’articolo per la edizione nazionale del quotidiano al quale ci aveva attirato il fascino di Renato Angiolillo, avemmo solo il… Tempo di richiamare cortesemente dalle ferie il capo-redazione perchè si occupasse degli arresti. Quando le macchine servono, ovviamente, non funzionano mai e trent’anni fa la massima era calzante come adesso: fu il caso della “telefoto” in dotazione alla redazione di Pescara, che era la testa di ponte per mandare tutte le immagini dall’Abruzzo quando era passato l’ultimo treno per Roma. Il Tempo stringeva; l’unica soluzione fu di prendere un’auto e andare a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna, dove, mentre noi scrivevamo l’articolo, i fulminanti fotografi della cronaca avrebbero preso il rullino, sviluppato, stampato  e valorizzato le immagini migliori; e i correttori avrebbero rivisto le bozze e i titolisti avrebbero fatto i titoli; insomma come quando si fa sul serio.

Le cose, come si sa, in un giornale vanno come debbono andare: quella è una macchina perfetta che ha tempi inderogabili e tutti rispettati e forse per questo i giornalisti storcono il naso quando vedono come vanno le cose nella Giustizia. Quando avevamo finito di battere l’ultima cartella, era pronta la bozza della prima per essere corretta. E quando avevamo finito di correggere, era pronta, per partire per le regioni che “chiudevano” prima, l’edizione nazionale che conteneva l’articolo scritto a Sulmona e trasmesso per fax. Cinque anni dopo uno psichiatra, Antonio Di Benedetto, visitando il polo di stampa del Tempo sulla Tiburtina mentre si stampava, disse che assistere a quelle operazioni era euforizzante; e aveva visto solo il poco che appariva dopo la rivoluzione tecnologica del 1986, quando al “Tempo”si passò alla “stampa a freddo”, una cosa soporifera rispetto al vulcano delle linotype e del piombo caldo.

Un erudito tra le linotype

E ora parliamo di Mario Marcone, che avevamo invitato a fare quella gita a Roma e che, sempre dominato dalla curiosità (chiave del sapere), non si era tirato indietro. Guardava i redattori, sentiva i loro discorsi, leggeva le prime cartelle del servizio sull’omicidio del sindaco, commentò dicendo che la descrizione della notte tragica prendeva molto delle scene della letteratura scozzese, che non avevamo mai letto (poi si dice la coincidenza). Ci sembrava, in verità, di aver messo troppo dei canti di Ossian, tutto là, ma per scrivere qualcosa di meglio di quello che avrebbe scritto Gianni Giovannetti sul Messaggero, l’unico concorrente. I pezzi andavano bene, non furono corretti, si poteva scendere in tipografia per dire qualcosa se fosse servito tagliarli per ragioni di spazio. Ma quando scrivevamo articoli di nera nessuno pensava di tagliarli, forse perchè Angiolillo (morto dieci anni prima, ma personalità che sopravviveva a lungo) aveva detto che a far vendere i giornali sono le tre “esse”: sangue, sesso e soldi (ciò non tolse che lui fece la migliore terza pagina del giornalismo italiano). E comunque se a Mario Marcone, leggendoli, era sembrato di trovarsi in un contesto più avvincente della solita “notte buia e tempestosa”, qualcosa voleva pur dire. I tipografi, per far rientrate tutto nello spazio scelto con il menabò già disegnato, preferirono tagliare una fotografia. E la tagliarono proprio con la sega circolare per lo zinco, altro che photo-shop.

“Così tagliarono le gambe di Kruscev?”

Mario Marcone, vedendo l’operazione ruvida e poco tecnologica, domandò. “Ma quella macchina ha tagliato pure le gambe di Kruscev?”. Da quella notte ci siamo fatti l’idea che un erudito emana sempre autorevolezza; giornalisti e tipografi lo stavano a sentire come in una fiaba; lui forse si esprimeva meglio per via dell’uditorio che aveva di fronte. Avrebbe potuto passare a dirigere la compagnia.

Uscimmo che a Piazza Colonna i tipografi si facevano gavettoni con l’acqua delle fontane davanti a Palazzo Chigi, aspettando la stampa dell’edizione successiva. I linotipisti che cantava Lucio Dalla erano tutt’altro che pessimisti ed evocavano altro che cattivi pensieri. Il ponentino di Roma era carezzevole, l’opposto dell’afa insopportabile delle tre di pomeriggio a Roccacasale, dove avevamo incontrato il vescovo Salvatore Delogu avvolto nel vestito nerissimo mentre andava a rendere visita a casa dello sventurato sindaco. Via Veneto era là e Mario Marcone non avrebbe rinunciato ad un succo di frutta con qualche stuzzichino.