MAZARA, DALLA ZETA SI PUO’ RICOMINCIARE

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LA RISCOPERTA DI UNA FAMIGLIA E DI UN PALAZZO

3 OTTOBRE 2014 – I palazzi vengono consegnati alla storia con l’immagine di chi l’ha abitati alla fine della dinastia.

Sopravvivono alle vicende di chi vi è vissuto, alle ansie di una esistenza, ai trionfi se ce ne sono stati; ma sempre sono ricalcati sulle orme di chi ha chiuso per ultimo la porta e si è portato le cose più profonde, che non stanno più nei documenti o negli armadi ed appartengono alla storia della famiglia.

Le stanze del marchese

Così, a chi fosse entrato nel Palazzo Mazara nell’estate del 1973, quando il Comune l’aveva appena comprato a ventotto milioni di lire, il richiamo non poteva che collegarsi a Panfilo Mazara, che si era spento quattro anni prima, lasciando nelle stanze accanto la madre donna Checchina, e che ha segnato la lettera zeta di una stirpe venuta dalla Sicilia con il Giustizierato d’Abruzzo nel XIV secolo. Gli ambienti del secondo piano, lo studio del Marchese, il salotto, sono stati il punto nevralgico di uno dei tanti sussulti di vita della città, non l’ultimo come vorrebbero i più pessimisti, ma il più incisivo sotto l’aspetto politico e civico: la rivolta borghese del 1957, durante la quale Panfilo Mazara fu sindaco e che non fu da lui guidata con la demagogia di chi avrebbe potuto ammantarsi delle aspre rivendicazioni per diventare un capopopolo. L’ultimo dei Mazara era un nobile nella impostazione ed un personaggio che non voleva ingannare nessuno: circondato dalla povertà di una terra dissanguata anche dall’emigrazione, aveva il distacco di chi non ha eredi e tuttavia non può guardare attorno a sè con cinismo.

Gli spazi per i fiori e per il campanile

La zeta di quella famiglia, l’ultimo a chiudere la porta, aveva passione civica e il suo palazzo sembrava ancora proiettato verso la città con le grandi terrazze e i finestroni, gli spazi di un loggiato e di una scalinata che erano stati progettati quasi due secoli prima senza risparmiare e senza sfruttare micragnosamente le cubature. Aria, luce erano dispensati con dovizia per il beneficio dei fiori o per le scorribande di una volpe o anche soltanto perché da ogni parte si vedesse più comodamente il campanile dell’Annunziata. Altra angolatura scalinata MazaraIn quell’epoca settecentesca, dei Mazara marchesi si segnava la lettera “a” con Vincenzo Maria che riceveva la nomina del Re di Napoli per Torre de’ Passeri, forse inconsapevole che la “zeta” stava arrivando così presto; che si trovava già dietro l’angolo, se si ragiona con il metro della Storia, appena cent’anni dopo che dal cognome del casato cadesse la prima “zeta” per addolcire la pronuncia dopo le asprezze di una lite forse per questioni ereditarie (ma così poco importanti che rimangono soltanto come ipotesi).

Panfilo Mazara raccoglieva l’autorevolezza di chi non deve darsi alle conquiste e può guardare le cose senza dover sempre tesaurizzare per il futuro, anzi indulgendo ad un progressivo rilascio, materiale e soprattutto spirituale. Era un atteggiamento di pochi: lo divideva con il suo compagno delle ore trascorse al Gran Caffè, don Pasquale Paolicelli. E dedicandosi nel quotidiano al ruolo di nobile, regolatore di una società fatta da chi era sempre proiettato a tesaurizzare, ad incalzare, talvolta a carpire: l’opera di chi aveva un passato lungo e importante si identificava con il richiamo alla saggezza. Una famiglia che non ha un futuro può essere grande anche soltanto restituendo, dopo averlo metabolizzato, quello che ha avuto per secoli dalla esperienza.

Palazzi per raccontare le vite

Se non ci fossero questi palazzi che sopravvivono, si potrebbe pensare che quelle epoche non ci siano mai state e siano una invenzione delle tante che articolano gli storici riprendendole dai romanzieri.

In fondo, la riscoperta che del Palazzo Mazara hanno proposto in simultanea un quotidiano abruzzese e il “Centro regionale per i beni culturali” può sottintendere il desiderio che i contenuti e lo spirito dell’anomala dimora proiettata verso la luce e l’aria, quindi verso la vita cittadina, si espandano alle porte del terzo millennio. “E’ il più bel palazzo d’Abruzzo se come canone di bellezza s’intende la corrispondenza a un disegno unitario, arioso, armonioso e in qualche modo consapevole della propria imponenza, nella successione di corti, accessi, loggiati e balconate che offre, con cifra indiscutibilmente autocelebrativa e che pare mai abbia inteso abdicare alla sintesi tra sede d’amministrazione delle vastissime proprietà dei marchesi e residenza di famiglia” ha osservato lo scrittore Giovanni D’Alessandro nella pagina della cultura de “Il Centro” di ieri. “Il Palazzo Mazzara è una delle testimonianze architettoniche più belle e rappresentative del Settecento sulmonese” è l’incipit del quaderno presentato ieri nella saletta Mazara dal “Centro dei beni culturali” della Regione, che reca la descrizione sintetica della dimora dei marchesi e la storia stessa della famiglia.

Qualcosa rimane

Ha perso le sue zeta la Famiglia Mazzara ed è inutile stabilire con fervore neofita perché da due si sia passati a una, visto che anche l’ultima ora si è cancellata. Don Panfilo avrà pure avuto il diritto di morire con una zeta sola, per sua scelta. Basterebbe rendere grazie ad un progetto che ha lasciato un bene così importante per la città e a persone che prima di chiudere le porte di prezioso legno intarsiato hanno donato un pezzo di sé alla gente di Sulmona e anche alla piccola rivoluzione borghese fatta alla disperata, per sopravvivere.