FRATI FELICI DI INCONTRARE SORELLA MORTE

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I VERBALI DELLE TESTIMONIANZE SULLA PESTE DEL SEICENTO IN VALLE PELIGNA

I DICEMBRE 2017 – Nei momenti più oscuri dell’umana avventura si scoprono le risorse che fanno rassomigliare gli uomini alle divinità pagane, delle quali hanno la natura o, come è stato detto nei testi biblici, al Dio del quale sono fatti ad immagine e somiglianza. Forse, anzi, l’egoismo è delle società e dei periodi opulenti.

Il flagello della peste non ha reso l’uomo come un lupo rispetto al suo simile; e non solo per gli esempi di eroismo che sono narrati nei “Promessi sposi”, perché episodi di grande, immenso valore spirituale si sono verificati un po’ dappertutto, proprio nel Seicento e proprio nei luoghi di maggiore povertà materiale.

Si è raggiunto il vero eroismo, per esempio a Raiano, nel convento cappuccino degli Zoccolanti. Lo racconta (ed è verbalizzato) fra’ Geremia da Bominaco e la sua testimonianza è riportata nel cospicuo e articolato “Processo delli morti in servitio delli appestati”, che viene presentato come “Contributo di un codice cappuccino alla storia dell’epidemia del 1656-1657 in Abruzzo” (Edizioni dei Frati minori Cappuccini d’Abruzzo, pagine 1-380). Frate Geremia scrive di aver incontrato il “Patre fra Girolamo da Sulmona della nobile famiglia de Eletti” (dunque quasi sicuramente dei Sardi de Letto).

La peste arriva a Popoli e fra’ Girolamo si presta volontario e va dal vescovo (don Gregorio Carducio Romano) “a cercare licentia”. Segue una descrizione dei riti che il religioso celebra e fa celebrare; Girolamo, inoltre, prende a girare per i “lazzaretti” con vari preti. “Cominciorno con grandissimo furvore ad aminisstrare li Santissimi Sacramenti”. Non si risparmia il padre guardiano e, quel che è più pericoloso, “communicava con lemane” e somministrava l’olio santo “et poi si portava alli nazaretti” “e di notte, et di giorno accio non mancase cosa alcuna alli poveri in fermi”. Risultato, abbastanza prevedibile e per questo da inquadrare nell’eroismo del religioso, “piglio lapesste incapo di 15 giorni incirca, et non duro piu di quattro giorni dal Giovedì insino alla domenica”. Non morì, ma “ando aricevere il prezzo delle sue fatiche con grandissime cordoglie ed lacrime di tutti”, che è un modo aulico di scrivere che passò a miglior vita, di per sè espressione edulcorante. Nei frangenti dell’agonia del padre guardiano, il narrante Geremia da Bominaco va ad avvertire “li frati”. Il “cocinero” frate Egidio, dunque il cuoco, si offre subito per andare ad assistere fra’Girolamo e “subbito ussi, et venne affare la carita al P. Guardiano, ed aglialtri ma non duro più di otto giorni poi che subito mori, et fusepolto alla Chiesa Matrice de secolari ma il P. Guardiano fusepolto alla nostra chiesa”. Frate Geremia da Bominaco restò “affare lacarita a’ quelli ch’erano resstati per servitio delli apesstati ed anco alli apesstati poi che nove persone cheravamo per servitio delli apesstati non neresstassimo altri che 3 vivi”.

Esempio insuperabile quello del padre guardiano, ma forse ancora di più, nel suo piccolo, del cuoco, che lascia tutto e va incontro alla morte pur di recare soccorso al fratello in Cristo. Alessandro Manzoni, nel rivolgersi a “venticinque” lettori che progettava di avere, affermava di aver ricopiato la sua storia da una di quelle sulle peste in Lombardia. E forse il materiale e il tema consentirebbero di riflettere su quello che l’Uomo ha saputo dimostrare anche nelle terre peligne, dinanzi al dovere e senza esitazione.