“PER IL RE POSSO MORIRE ANCHE OGGI, C’E’ DELL’ALTRO?”

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LA FIGURA DELL’ALFIERE BORBONICO IN UN LIBRO DI CARLO ALIANELLO

13 OTTOBRE 2013 – La cinematografia americana forse non si libererà mai del fantasma degli sconfitti nella tragica espansione verso il lontano occidente; o delle dolorose perdite di uomini e di coscienze per gli eccidi della guerra di Secessione.

Specularmente, la letteratura italiana non potrà liberarsi del dubbio che il processo di maturazione nazionale (con il Re delle Due Sicilie che aveva già apposto il tricolore sui palazzi di Napoli prima che entrasse Garibaldi ed aveva concesso la costituzione come l’aveva concessa dieci anni prima Carlo Alberto) avrebbe portato ad una fraterna istituzione del Regno d’Italia con una capitale che non sarebbe stata Torino, né, poi, Firenze per dissimulare il cammino verso Roma. Non ci sarebbero stati centotrentamila soldati in marcia per fare quello che Mille non avrebbero potuto mai fare (se non nei libri di scuola): conquistare e annettere un Sud che voleva già essere italiano con un Re di ventidue anni, leale, ma troppo “guajone” e tradito da una corte marcia, da una Europa distratta.

Gli eroismi consapevoli

Ma i 150 anni della ricorrenza mitica sono anche occasione per ricomporre il quadro dei tanti eroismi, anche di quelli che nella retorica hanno ceduto il posto alle affermazioni riprese dal “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, quasi che un Regno fosse fatto solo della compiaciuta prospettiva di conservare tutto facendo finta di cambiare. Ufficiali leali, come quelli che i libri di adesso ci disegnano, sapevano che tutto sarebbe cambiato: che Napoli non sarebbe stata più una Capitale, che le ricchezze sarebbero andate al Nord e che il Sud sarebbe servito per fornire sempre manodopera a basso prezzo. Sapevano che, per conquistare le città che i militari non cedevano, i Piemontesi si sarebbero affidati alla camorra invisa al Re.

Un bellissimo esempio del contrasto tra questi giovani del Sud, gli ufficiali del giovane Re, e il marciume che riempiva Napoli emerge da un libro che non è di oggi e che non è stato scritto per smentire l’oleografia dei 150 anni. Il tenente Pino Lancia ha combattuto a Calatafimi, ha visto come un generale del Re ha lasciato campo libero a Garibaldi pur potendo catturare uno per uno i garibaldini. Ferito, ha poi sentito della sconfitta di Milazzo.

Vent’anni e la sfida ad un mondo marcio

In licenza, incontra lo zio prete insieme ad altri parenti in una residenza di campagna e non sa, mentre parla, di essere già arrestato (con l’inganno, ovviamente) perchè non porti sostegno al suo esercito che si sta muovendo da Potenza per sconfiggere una insurrezione. Alla maniera camorristica (appunto…), gli si fa presente che un caporale dei gendarmi, che si era opposto a quel manipolo in un agguato dopo una festa rurale, era stato ucciso. “Sono ufficiale del Re e ho messo anche questo nel conto, quando ho fatto il giuramento. Eppoi?”; come a dire, passiamo al resto, non è questo che conta. “Vedo che siete diventati ribelli e traditori del Re… e che mi son lasciato prendere da quello stupido che sono, perchè ho creduto nella vostra lealtà, nella vostra amicizia, nel vostro onore… Credevo di praticar gente come me, pari a me… e non è così”.

Da questo “L’alfiere” di Carlo Alianello traspare quanta fosse la diffidenza dei nobili “risorgimentisti” del Sud nei confronti della popolazione minuta, cioè della maggioranza: “la rivoluzione –gli rinfaccia un parente – la facciamo noi, i galantuomini, ma i villani no, che sono tutti per il re. Domani forse avremo da combattere contro una nuova santa fede (con chiaro riferimento alla rivoluzione abortita del 1799; n.d.r.) e… non vogliamo fra i piedi, in un momento così pericoloso, dei pazzi come te, che sei più poeta di don Celestino, un ufficiale borbonico, un difensore dell’altare e del trono…”. Qui c’è il colpo d’ala della figura del tenente Lancia, che con un realismo assoluto, quasi facile profeta di quello che avrebbero riservato gli anni successivi fino a Porta Pia, si rivolge allo zio arciprete con una severità insuperabile: “Anche voi, arciprè, anche voi ce l’avete coi difensori dell’altare?”, cogliendo il dramma del coagulo di contraddizioni e di accomodamenti che è stata la conquista di un Regno. E’ lo stesso tenente che, sentita la lista di ufficiali che hanno sottoscritto una petizione “per indurre il re ad andarsene e a non esser causa che si prendano le armi contro i nostri fratelli piemontesi” o l’altra lista di chi, pur non sottoscrivendo, aveva riconosciuto che non si sarebbe potuto salvare in nessun modo l’esercito napoletano, alla conclusione che gli viene proposta (“Anche i lealisti, vedi, sono d’accordo con noi”), risponde con un semplice “Io no. E se anche dovessi rimaner solo nel Regno, sono pronto a sostener contro chiunque che, chi non la pensa come me, è un traditore”.

Sul profilo di alcuni giovani ufficiali degli ultimi anni del Regno di Napoli v. “LETTURE DOMENICALI – Nel cuore Leonora e il Re, fuori la bufera e i piemontesi” in questa sezione 150 ANNI.

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