SE IL VIRUS MUTA DI GIORNO IN GIORNO

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ANCORA DAL MONDO CLASSICO UNA LETTURA DEL MOSTRO CHE ATTERRISCE L’UOMO DEL TERZO MILLENNIO – E UN PROBLEMATICO ACCOSTAMENTO CON LA PSICOLOGIA

I MARZO 2020 – L’esercizio del controllo sulle cose e sulle persone è il tema centrale della cultura occidentale, non da oggi. Ma oggi la riflessione si fa più intensa, in parte anche per l’atteggiamento dei vertici sociali con la cosiddetta globalizzazione; e in parte per le relazioni interpersonali che sono amplificate dalla tecnologia.

Sentire che una forma si modifica è allarmante per l’establishment, anche per quello che risulta eletto con sistema democratico; sapere che un livello sociale appena raggiunto può scivolare, degradare, è addirittura angosciante. Eppure da millenni la cultura occidentale, forse attingendo agli approdi di quella orientale, non fa altro che concentrarsi su questa oggettiva realtà delle trasformazioni. Raffaele Morelli, psicologo e psicoterapeuta, nel suo ultimo libro, “Segui il tuo destino”, scrive esplicitamente delle metamorfosi che, segnalate dall’ansia, dal panico, dalle nevrosi, porteranno l’uomo di oggi “alla guarigione e alla felicità”. Riprende molti pensieri di Johann Wolfgang Goethe che nella osservazione delle piante (racchiusa poi nel breve saggio “Le metamorfosi delle piante”, poco conosciuto rispetto al “Faust”, alle “Affinità elettive”, al fondamentale “Dalla mia vita”) ravvisa il cammino dello spirito dell’Uomo, oltre che il percorso prettamente biologico dell’essere uomo e, quindi, del trovarsi in armonia con la natura.  Morelli mutua da Goethe anche la consapevolezza, per così dire tipica, dell’Illuminismo, che la osservazione del reale (e la sintesi di norme che se ne possono trarre) è scienza essa stessa; e ne trae argomento per affermare che il “Sé” di ognuno di noi trova la sua strada perché nella sua essenza c’è un progetto di sviluppo che non va contrastato se si vogliono evitare le contrapposizione che portano al dolore, al senso di incompiutezza, all’angoscia. Non senza motivo Goethe si collegava continuamente all’opera più grande, l’unica veramente rivendicata da Publio Ovidiio Nasone, che non è solo un catalogo di esempi di trasformazioni, ma perviene ad una conclusione filosofica innegabile: il vero principio filosofico che Ovidio riteneva di tramandare ai posteri e per il quale si sentiva grande, si immedesimava nell’uomo di cultura del quale si sarebbe parlato nei millenni, l’uomo che avrebbe incontrato una morte che solo sul suo corpo avrebbe avuto effetti. Il “tutto si trasforma” (conclusione ricavabile da mille esempi e ribadita concettualmente anche nel XV libro delle “Metamorfosi”) è il presupposto per sposare il divieto di cibarsi della carne, per non impedire proprio quel cammino che ogni essere deve compiere per raggiungere il fine scritto nel suo progetto sin dal suo nascere.

Ma il trasformarsi non è favola bella e sempre rassicurante. Anzi, non lo è mai, se la si guarda con gli occhi ai quali in genere si affida la cultura “organica”, quella che è funzionale al potere. Uno dei motivi per i quali si ritiene che Ovidio abbia conosciuto la relegazione starebbe nell’avere prospettato al principe del mondo conosciuto, Augusto, questa modificabilità perenne. Le trasformazioni, poi, non sono sempre neutre, cioè non vengono a decorare l’avventura lieta degli esseri umani. Talvolta servono ad impedire un delitto, come è nel caso di Apollo e Dafne, talaltra a nasconderlo per sollevare la vittima dalla angoscia di averlo subito. Ma la trasformazione, quando si compie e negli attimi (o nelle ore o nei giorni) nei quali si compie è anche angosciante, perché non se ne può conoscere, ex ante, il punto di arrivo e il protagonista, l’essere che si tramuta, non è certo neppure della propria sopravvivenza. Talvolta è una punizione, talaltra è un premio o almeno una sospensione della pena.

Niente torna più attuale dell’ambiente descritto da Ovidio ove si affronti una serena riflessione sulle metamorfosi più angoscianti alle quali è esposto l’Uomo di oggi, di questo 2020, di questo scorcio di inverno 2020, perché ove si accenna alle mutazioni si avverte subito il collegamento con le… mutate forme del virus somigliante ad una corona. La malattia, che si manifesta come una influenza, non atterrisce per questo, quanto per i “ceppi” di virus diversi che innesca, cioè per le edizioni che riescono a sopravvivere e ad adattarsi all’ambiente nel quale approdano. E sentiamo parlare di un ceppo italiano da poco isolato; ma anche, a questo punto, di altre mutazioni che il virus si concederà e che dovranno essere studiate come in una catena senza fine. Con gli oltre 2700 morti che si contano ad oggi con certezza si è diffuso il panico inversamente proporzionale al bilancio di 101 anni fa per la “Spagnola”: 20 milioni di vittime accertate, forse 60 milioni se si considerano anche quelle indotte e statisticamente più o meno riconducibile a quella pandemia.

Si teme non il virus che è partito dalla Cina, ma quello che si atteggia, nelle forme mutanti, nei Paesi di destinazione. Ciò che atterrisce è, come per le vittime delle trasformazioni della mitologia classica, il trovarsi di fronte a quanto, a chi non si può conoscere con le proprie risorse, né tanto meno si può controllare, fosse anche un dio che doveva essere la massima espressione di etica e senso di giustizia (con i dovuti aggiustamenti rispetto alla concezione divina dei giorni nostri, visto he gli dei erano propensi a vivere e ad indugiare, amplificandoli, nei difetti degli uomini). Si dice che la mitologia classica ripropone efficacemente la esperienza onirica, perché talvolta descrive e fa rivivere la frustrante vicenda del sogno di chi tenta di distruggere un mostro e questo si risolleva e passi al contrattacco. Le nostre ore sono popolate di commenti sulla contesa per la trasformazione, che mai consente di affermare la fine di un contendente, se non con la perdita delle caratteristiche per le quali era conosciuto. E dunque Dafne (nella foto del titolo) resterà per sempre una pianta, Atteone morirà nella sua forma di cervo diversa da quella del cacciatore che era, Callisto non potrà più toccare il figlio, trasformato come lei in una stella che le starà vicino ma non troppo.

Appare giusto l’interrogativo sulla validità della opzione, enunciata da una parte della psicologia, per l’abbandonarsi al destino segnato dall’origine, sull’esempio dei semi delle piante. Se il virus contiene in nuce la sua evoluzione disastrante, è consentito ed etico, è almeno giustificato che si assista al suo sviluppo e si confidi nella irreversibilità del suo percorso?  

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