TOCCHI DI SAPERE NEI PROVERBI DI SANTINI

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E SE IL PD AVESSE PETTINATO I CANI INVECE DI CHIUDERE I TRIBUNALI…

2 FEBBRAIO 2013 –Raffaele Santini ha presentato oggi “’Ngurdenizije de sapé”, la ponderosa raccolta di proverbi popolari collezionata in tanti anni con minuziosa “ingordigia di sapere”.

Proprio in questo senso ha fornito l’etimo del titolo del suo libro: passione incessante, avidità, ma anche piccola sostanza per nutrirsi, perchè i proverbi sono una sintesi, un tocco di sapere, come il pezzetto di carne sapida che si andava a prendere in macelleria quando non si poteva prendere un pezzo grande che saziasse. Ha puntato in alto Santini per far spiegare dove mai è andato a prendere questa espressione, che forse si capisce un po’, ad intuito, dal sottotitolo di questo suo ultimo lavoro : “Compendio di saggezza popolare”: e non c’era a dargli una mano, benchè invitata, neanche Lia Giancristofaro, che ha raccolto un po’ tutti i modi di dire d’Abruzzo e li ha riproposti alla televisione pronunciandoli anche con una certa maestrìa; ha mandato il padre Emiliano.

Lavoro inutile quello di Santini?

Niente affatto, visto che molti giovani adesso cominciano a riconoscersi nella lingua che non c’è più, il dialetto. C’è voluto molto per avvicinare gli Italiani tra di loro ed evitare che al servizio di leva il siciliano non capisse quello che diceva il piemontese, ma le fulminanti espressioni vernacolari destano sempre molta curiosità tra i ragazzi (richiamiamo “Le radici idiomatiche vecchie e nuove riscoperte dai giovani”, del dott. Venanzio Porziella, nella sezione CULTURA di questo sito). Migliaia i proverbi raccolti da Santini di Pacentro.

Alcuni molto icastici: “A quattre cose nen crèdere maje: ciele chiare d’emmjerne, nuvule d’està, lacreme de fèmene e caretà de mònache”; oppure “Acque minutelle e fèmene piccirelle: diàule pijjatelle!”, ove per acqua minuta si intende la pioggia sottile. Ma per evitare lo sbilanciamento anti-femminista, c’è anche “Maleditte l’ome che crede a l’ome”.

Altri sono moraleggianti: “ “’Na cose jè sapè parlà, n’autre jè sapè fa’”; “Ne ha da dice’ cente, pe’ ‘nduvernarne une”, “Chi a vint’anne nen fa, a trente nen tè, a i quaranta nen po’”.

Qualcuno molto pratico ed essenziale: “Andò nen va, sane revijje” (dove non vai, sano ritorni); “Dentre la vocca chiuse nen intrene le mosche”.

Qualcuno molto amaro: “A lu ricche je more la mojje, a lu pizzente je more lu ciucce”.

Forse per la presenza dell’on. Giovanni Lolli del PD, Santini, Giancristofaro e gli altri non hanno letto questo proverbio a pag. 127: “Chi nen tè da pettenà, pèttene lu cane”, che ricorda molto le pettinate delle bambole di Bersani (se Lolli e Legnini, almeno, avessero pettinato le bambole invece di votare la soppressione del tribunale di Sulmona…).

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