7 LUGLIO 2012 – Le critiche ricorrenti ai politici del centro-Abruzzo si vanno concentrando sul tipo di scelte di sviluppo per la città, quasi che Sulmona avesse avuto la possibilità di scegliere: “Si sarebbe dovuto puntare sul turismo naturalistico, invece che sul’industria” sembra ancora di ascoltare. In realtà,
chi ha amministrato avrà avuto tanti torti, ma di certo non è mai stato invitato ad una riunione governativa per prendere in esame vari progetti e dire “Questo è migliore di quell’altro”. Le industrie che si sono insediate sono state talvolta i rifiuti, tecnologicamente non convertibili, di altre esperienze: nelle Marche per quanto riguarda gli organi, per esempio. Ma chi andava a dire che la Borsini non avrebbe avuto un futuro, se doveva rilevare gli operai della Adriatica Componenti Elettronici prossimi al lastrico?
Invece, una scelta che i politici avrebbero potuto fare, sotto il profilo istituzionale e, quindi, più strettamente legato al compito specifico degli eletti, riguardava la perimetrazione di tutte le province dell’Abruzzo, per evitare che mezza regione componesse una unica provincia (quella dell’Aquila) e le altre tre circoscrizioni amministrative fossero ritagliate in modo cervellotico. Non si vuole neppure riaprire il paradossale esempio delle nuove province, per non ripetere che a strozzare le aspirazioni di costruire un nuovo Abruzzo è stato il diktat del ministro Remo Gaspari, perfettamente eseguito dai molti figuranti che lo servivano nei vari collegi elettorali (mentre altrove le province si inauguravano). Sarebbe opportuno soltanto ricordare che, anche senza altri capoluoghi, una sana amministrazione avrebbe ricomposto un quadro più armonioso del territorio, che non costringeva, per esempio, a condividere un collegio senatoriale tra Sulmona e Chieti che in comune hanno non si sa cosa. E in questa ottica Sulmona avrebbe potuto benissimo costituire la seconda città della provincia di Pescara; e Pescara avrebbe avuto un territorio che le consentiva di conservare il capoluogo. La provincia dell’Aquila sarebbe stata più equilibrata, senza spingersi dai confini con Rieti a quelli con Isernia. Ed oggi non si parlerebbe della umoristica soppressione della provincia che ha per capoluogo la più grande e dinamica città dell’Abruzzo.
Su questa “non scelta” ha pesato certamente, almeno fino a dieci anni fa, la presenza sclerotizzante dei partiti, soprattutto delle segreterie fatte da “yes man” del tutto inadeguati nel compito di fiutare le aspirazioni delle comunità amministrate. Ma negli ultimi anni le responsabilità sono state anche dei sindaci, che hanno conservato un atteggiamento di snobistica noncuranza, come se il problema non fosse dell’Abruzzo, dell’Aquila, di Pescara e di Sulmona, ma anche di tutte le altre città che adesso brancolano nel buio pensando che a ridisegnare i propri destini debbano essere “tecnici” senza nessun futuro politico, né aspirazione di riforma lungimirante dello Stato.






