GLI INVESTIMENTI DEL DR. COLELLA E LE SPERANZE PER UN VINO ECCELLENTE

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C’ERA GIA’ CHI PUNTAVA SU UNA INDUSTRIA VERDE – UNA VITA DI RICERCHE SUL MONTEPULCIANO D’ABRUZZO E I TRAPIANTI DAI VITIGNI TEDESCHI

Quando si parla di occasioni per lo sviluppo dell’agricoltura, un posto a sé va riservato all’avventura, generosa negli intenti e avara nei risultati pratici immediati, del Dott. Francesco Colella di Pratola Peligna (nella foto del titolo), che certamente agli impianti industriali avrebbe preferito i filari di viti e di frutteti. Proclamò questa sua dedizione schivando le luci dei riflettori e le anticamere dei politici. Ma non fu il suo un atteggiamento snobistico, perché le persone che credono fermamente in un progetto non sono troppo tolleranti verso le verifiche di fattibilità fatte da altri; l’impazienza spesso viene a chi ha già in mente i risultati e trova del tutto inutile perdere tempo a convincere gli altri. Senza aspettare pratiche di finanziamento e contando sulla enorme esperienza che gli veniva da una famiglia di radicatissimi proprietari della terra, Francesco Colella non abbandonò mai i libri dell’università di Agraria e fino agli ultimi anni della sua lunga esistenza impiantava vitigni che sarebbero cresciuti nell’humus peligno, ma che venivano dalla Germania o dal Tirolo: Gruner Veltliner e Riesling renano d’Abruzzo. Aveva dato un grande contributo alla selezione del Montepulciano d’Abruzzo e le prime rassegne enologiche nazionali di Verona videro protagonista per l’Abruzzo il suo prodotto, forse anche per lo stretto contatto con l’enologo Carmine Festa. Gli aveva dato una dignità anche commerciale, con un imbottigliamento elegante che negli Anni Settanta era l’eccezione alla regola per un vino destinato quasi sempre a fare da quantità ai centri di produzione di altre regioni. Si era dovuto misurare con la mentalità di cuocere il vino che fino a qualche tempo fa ha devastato i migliori prodotti della zona: l’aveva estirpata, ma senza prediche, che come ogni liberale considerava inutili. Seguiva e dava il suo esempio, nella convinzione che solo un ottimo prodotto avrebbe potuto realizzare il massimo valore aggiunto, dalla raccolta dell’uva fino alla presentazione delle bottiglie nelle enoteche. Passaggio per passaggio, volle percorrere tutte le fasi del vino moderno.

“Il Montepulciano è un grande vitigno” disse in una intervista a cuore aperto che sembrava segnare il bilancio della sua vita. “Ma chi dice che non ci sia di meglio ?” aggiunse, lasciando aperta la porta della curiosità agli studiosi. Pochi, in verità, hanno seguito l’esempio della grande sperimentazione, perché di lì a poco intervennero i meccanismi della pubblicità spinta e il nome e il posto furono conquistati con altri argomenti, molto più concreti rispetto alla progettualità avveniristica che è dei pionieri.

Ma qualcosa del suo messaggio riemerge anche a distanza di vari decenni dalla sua scomparsa quando si traccia l’alternativa tra industria e agricoltura e soprattutto quando si pensa, con sobrietà e rifuggendo dagli eccessi dell’ecologismo esasperato, alla protezione dell’ambiente. Il rapporto di “don Checchino” con la terra era di scambio e non di rapina, tanto che, per dirne una, non concepiva la ripulitura incondizionata della vegetazione tra i filari delle viti (“E’ un furto che si fa alle piante” proclamava senza attardarsi nelle spiegazioni con argomenti di chimica, per non annoiare) e aborriva dalla collocazione delle piante a distanza troppo ravvicinata, perché le piante hanno bisogno di luce e di aria. Un approccio ambientalista ante litteram e costoso sotto il profilo strettamente utilitaristico.

Le parole non erano ipocrite, perché in effetti il dott. Colella nell’agricoltura di Pratola Peligna investì somme molto consistenti e conservò sempre una autonomia di valutazione che non concedeva nulla alle mosse opportunistiche. Disprezzava, e non ne faceva mistero, gli interventi scialacquatori della mano pubblica e avrebbe voluto una imprenditoria privata davvero convinta. Ma la realtà era quella che appariva da sempre: una proprietà agraria tanto frazionata da non consentire, tranne poche eccezioni, neanche di prospettare tecniche di coltivazione che fossero davvero economiche

Intanto, però, la Conca di Sulmona scoprì che “fare agricoltura” si poteva e che, oltre ai progetti, si produceva vino, con metodi e quantità che avrebbero potuto raggiungere i grossi mercati.

Dopo l’inebriante illusione che l’industria, di qualunque tipo, avrebbe attecchito nella zona, i taccuini del dott. Colella forse possono segnare il percorso di un nuovo sviluppo.

Il Dott. Francesco Colella (al centro) in una visita di tecnici ai vigneti in Via del Tratturo a Pratola Peligna
Una bottiglia della azienda agricola del Dott. Francesco Colella
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