QUELLA TRINCEA SOTTILE DELLA GRANDE LINEA GUSTAV SCAVATA DA UN QUATTORDICENNE

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Il profilo della chiesetta della Portella nel valico vicino a Roccaraso, luogo dei lavori forzati per un gruppo di Sulmonesi intenti a scavare una piccola trincea

SULLE CINQUE MIGLIA I LAVORI FORZATI PER LA DIFESA DEI TEDESCHI

20 AGOSTO 2018 – Lorenzo Grassi, che l’anno scorso parlò della missione di un aereo italiano sulla Majella durante la seconda guerra mondiale, la medaglia d’oro Luigi Gorrini, parlerà domani della Linea Gustav, che solcò in parte anche l’Abruzzo, con le estreme retrovie (le trincee sugli Altipiani Maggiori) a due chilometri da Roccaraso e sul passo della Madonna della Portella e segnò il destino di varie divisioni che si affrontarono nell’ampio territorio considerato come irrinunciabile nella separazione che i tedeschi operarono attestandosi al Nord d’Italia e affidando a Kesserling la strategia difensiva.

La conferenza si terrà alle ore 16,30 nella abbazia celestiniana, Via Badia 28.

Era un pomeriggio di novembre, nel 1974, con l’aria pungente delle Cinque Miglia, quando un sopravvissuto alle grandi retate della popolazione civile nella seconda Guerra mondiale parlò per l’ultima volta di quando aveva quattordici anni e fu prelevato insieme ad altre decine di Sulmonesi per andare a scavare una piccola trincea a ridosso del Passo della Portella. Le fortificazioni che servivano ai Tedeschi per arrestare l’avanzata anglo-americana furono fatte anche con il sudore dei ragazzini, nel gelido inverno del ’43. A quell’anno Angelo Maria Scalzitti dedicò un libro e in quel pomeriggio, pochi mesi prima che venisse a mancare, il fiuto di giornalista e di scrittore di romanzi storici gli aveva suggerito di… prelevare un’altra volta il personaggio solitario che frequentava il “Gran Caffè” a Piazza XX Settembre dove, per lo smarrimento della mente che prende talvolta le persone più sensibili, parlava con un immaginario accompagnatore e lo invitava a prendere qualcosa, a non fare complimenti.

Bella storia sarebbe quella che si fa con chi parla da solo… (si potrebbe dire dopo tanto tempo).

Invece, dopo essere rimasto quasi muto in tutto il viaggio nella “Fiat 130” del direttore di “Circolo Letterario”, quell’uomo minuto e magrissimo, scavato anche nel viso lungo e solcato da un naso importante, giunto alla Portella fu preso come da una concentrazione profonda. Indicò tra le pietre un piccolissimo vallo, visibile anche oggi, nel quale era stato impegnato per alcuni giorni e poi, senza sbagliare un passaggio e senza confondere un fabbricato dall’altro, accompagnò fino alle prime case di Rivisondoli Scalzitti e noi giovani che riempivamo di sguardi  indagatori l’abitacolo ampio del macchinone Fiat, pronti a cogliere un colloquio solitario.  In una di quelle case avevano dormito in quindici in una sola stanza, alternandosi per stendersi un po’ sul pavimento di legno.

In quelle due ore nel novembre 1974 ogni cosa stava in ordine, ogni cosa era reale e nessuna parola usciva invano. Erano tornati al loro posto anche quei codici che il giovane, ormai maturo, aveva lanciato contro il presidente del collegio ed era stato per questo escluso dalla magistratura. Quanto avrà influito nella sua debolezza, e nel concetto di autorità da rispettare, la deportazione, sia pure di soli trenta chilometri, ma pur sempre comando indiscutibile di andare dove ti dice il… nemico ?

Quel viaggio alle Cinque Miglia aveva collegato il presente ad un passaggio breve, ma intenso, forse distruttivo; e, come in ogni rivisitazione di un dolore non elaborato, aveva creato attorno al quattordicenne, tornato sui luoghi dello sgomento, una bolla impenetrabile, nella quale non comunicava con nessuno, neppure con un immaginario compagno del Caffè. Una luce che veniva direttamente dal bagliore di una catastrofe lo illuminava e gli diceva come era passata la Storia sulla Portella.

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