SCALPORE PER LA FIERA OLTRE IL CANCELLO – MA E’ L’ECOSISTEMA, BELLEZZA
31 AGOSTO 2019 – Dietro casa dell’ing. Carmelo Pantè c’è un mondo: caprioli, cinghiali, cervi, faine, volpi. Come non pensare che sia affascinato da tanto succulente e fresche carni un orso affamato in vista del letargo? E’ la cosa più naturale che si possa immaginare e lo sanno anche i caprioli, i cervi, etc; in particolare lo sanno i cuccioli di tanta bella varietà di muscoli ed interiora. Quindi, pensare che un orso possa essere distratto da pollai, che emanano più fetore che profumo di pelo e pellicce fuggenti, vuol dire non pensare secondo natura. Proprio come fanno quelli che mettono al primo posto l’emergenza che sarebbe costituita dalle razzie compiute dagli orsi e dei lupi.
La casa dell’ing. Pantè si trova proprio nella direttrice che dalla Majella porta al Sirente: una specie di pista privilegiata che tutti gli animali selvatici percorrono almeno una volta all’anno, quando per motivi legati alla fame e ancor più all’amore si avventurano sulle cime più o meno alte, a seconda delle temperature e delle battute di caccia o degli infernali allestimenti per tenerli a digiuno, lontani dalle zone antropizzate.
Accontentarsi di una gallina vecchia non è nella filosofia dell’orso o del lupo, posto che il maggior pregio della gallina vecchia sta nel brodo e che un orso non si perita di cucinare. A forza di proteggere i cinghiali, la Valle Peligna è ridotta a meri residui di campi di granturco, orzo, grano solina; un lupo sarebbe il maggior regolatore delle proliferazioni. Senza ricorrere alle specie di lupo importate, non si sa perché, da steppe lontane, sarebbe bastato tutelare il lupo nostrano, quello dell’alleanza con San Francesco; quello che valica l’Appennino in un paio di giorni dalla Toscana all’Abruzzo e che si ciba preferibilmente dei cuccioli di cinghiale, di cervo, etc.
Senza queste premesse, il pur stimolante dibattito, che ieri si è tenuto al Comune di Pettorano per dare una risposta al dilagare degli assalti ai pollai nel periodo della “iperfagia” dell’orso prima del letargo, rimarrà solo il decalogo delle belle aspirazioni; e il pur volenteroso sindaco Franciosa potrà solo presentare alle “autorità superiori” un catalogo di rivendicazioni che, all’epoca dell’emergenza rifiuti, sarà considerato una ammirevole immersione nel romanticismo ottocentesco, da abbinare magari alla nuova proiezioni di “Uomini e lupi”, girato dopo la guerra proprio qui vicino, a Scanno.
Anche il più appassionato sostenitore degli abbattimenti selvaggi non si potrà spingere fino a dire che dopo milioni di anni l’Abruzzo deve rinunciare non tanto al suo simbolo, quanto al prodotto di un ecosistema che ci farà riconoscere ancora nel ruolo di uomini tra gli animali e non ci costringerà a vedere animali selvatici nei tristissimi safari durante i quali leoni e gazzelle sono, più che protagonisti, spettatori di un mondo che non appartiene più a loro e che condividono previo corrispettivo di pilotati banchetti parassitari.
Le roboanti enunciazioni del tipo: “Non si cattura un dio per farne uno schiavo” (questa correda la presentazione de “L’Ultimo lupo” di Jean Jacques Annaud, lo stesso che ha girato “Il nome della rosa” ) non si adattano ad una terra, come quella peligna, nella quale le estremizzazioni cinesi erano viste con sospetto anche all’epoca di Mao. Gli dei stanno al loro posto e gli schiavi pure, senza scambi di ruolo; e certamente un lupo non può essere un dio.
Ma in questa Valle Peligna almeno un corridoio dalla Majella al Sirente si potrà lasciare a caprioli, cinghiali, cervi, faine, volpi, in modo che ci si trovino a proprio agio gli orsi prima di togliere il disturbo per un inverno intero?
Se non è l’ing. Pantè ad imbracciare il fucile quando il figlio vede un orso al di là del cancello, perché dovrebbero essere quelli che hanno pollai abusivi in tutta Vallelarga?
Nella foto del titolo:il cancello d’ingresso della villa dell’ing. Pantè a Vallelarga






