LE SINDACHE SI FANNO UN SONNO

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MENTRE L’OSPEDALE DI SULMONA STA DIVENTANDO TUTTO COVID E LORO AVEVANO AUSPICATO CHE NEPPURE UN REPARTO LO FOSSE

28 MARZO 2020 – Se tre sindache della Valle Peligna esprimono la scelta di non tollerare un ospedale Covid perché non ha attrezzature e dotazioni per la terapia Covid e poi viene imposto alle loro popolazioni di accogliere malati Covid, perché non protestano?

Se l’ospedale del centro Abruzzo, da essere ospedale “no Covid” come queste tre sindache hanno proclamato, diventa ospedale con una zona grigia che non si sa come viene definita, ma che riceve a raffica malati covid da tutto Abruzzo, perché queste tre sindache non passano ad una protesta più forte, visto che le loro popolazioni sono esposte al rischio di una pandemia? Se con il passare delle ore questo loro immobilismo determina scelte più incisive, da parte della Regione o della Asl, o del governo, e, invece di tutelare i malati che si trovano negli altri reparti, si tutela solo l’interesse di chi non vuole occupare i venti posti a pressione negativa dell’ex ospedale G8 dell’Aquila (per tenerli a disposizione dei terremotati di dieci anni fa?) oppure non vuole costituire ospedali covid in quei collegi elettorali che sono demograficamente più forti e hanno scelto rappresentanti che sanno il fatto loro al contrario della sen. Di Girolamo che “si precipita da Roma” per farsi raccontare la favola di Cappuccetto Rosso, perché le tre sindache non si dimettono, non volendo partecipare al tradimento delle loro popolazioni?

In questo crescendo di risposte che ci saremmo aspettate da Annamaria Casini, da Antonella Di Nino e da Marianna Scoccia (quelle che hanno occupato di più i media in questi giorni anche per sparare scempiaggini varie) abbiamo riportato una ipotetica scala che va dalla protesta attiva alle dimissioni. Bene: Casini, Di Nino e Scoccia non hanno salito neppure il primo gradino di questa scala. Non si sa dove stanno: sul terrazzo di casa ad arrostire carne del sabato sera; se stanno sulle chat a verificare se il loro elettorato c’è ancora e le applaude; se hanno staccato il telefono perché cominciano a immaginare quale sarà la reazione dei loro amministrati. Stanno fuggendo.

Qualcuna avrebbe preso contatti con albergatori e proprietari di stabili marcescenti (a Sulmona l’eccezione riguarda le palazzine ex Ater, nel mezzo del quartiere a più alta densità abitativa) per trovare una sistemazione a chi comincia a starnutire oppure agli infermieri e medici che dovranno prestare servizio. E non considerano che a venti metri dalle ultime case di Sulmona un ospedale accoglierà non i sospetti casi di coronavirus (quelli vanno ad Avezzano e quando si accerta che sono covid, vengono trasferiti a Sulmona…), ma i malati nella fase acuta, quelli mandati da Pescara, come già avviene, o dall’Aquila, dove i venti posti a pressione negativa servono appunto ai poveri terremotati di dieci anni fa e se un albergo ai piedi del Gran Sasso, a Fonte Cerreto, accoglie due convalescenti la cosa finisce in Parlamento.

Anche un profano può immaginare che cardiologia, ortopedia, medicina, ginecologia, senza una camera di rianimazione dedicata (cioè non in comune con i malati covid) mettono a rischio i ricoverati. Non volevano un reparto covid e rischiano di ritrovarsi un ospedale covid.

E tacciono.

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