LE STRANE DINAMICHE SUL MIRACOLO DI RONCISVALLE CON LA MOLTIPLICAZIONE DEI VANI A DUE PASSI DAI PESCI
24 OTTOBRE 2024 – Quando intorno ad un tema si crea il vuoto pneumatico; quando c’è un’atmosfera ovattata; quando manca l’eco di qualsiasi piccola voce, si deve tendere l’orecchio perché nel silenzio ci sono molte cose interessanti che si muovono senza… fare rumore. Poco più di un anno fa, dopo una passeggiata lungo la Via dell’Arabona, lanciammo l’idea di privilegiare, rispetto allo scempio dei finanziamenti riversati sul “Parco del Vella”, una modesta e poco costosa sistemazione del “Parco del Gizio”, in un contesto millenario a ovest della città antica. E scrivemmo della ex cartiera dell’Annunziata, dei fontanili preziosi in pietra solo in parte corrosa dal tempo (ma quel tanto da renderla ancora più affascinante); di un antico abbeveratoio; di una delle più antiche chiese di Sulmona, che aveva all’ingresso il più antico stemma civico (nella foto del titolo l’affresco sulla lunetta d’ingresso); di un lavatoio che potrebbe essere il monumento all’emancipazione femminile; di un luogo di approdo di anatre selvatiche. Dedicammo un inserto di alcune pagine, che da oggi riproponiamo al Bar Di Marzio per coloro che l’avessero perso. Il sindaco non disse una parola. E fin qui niente di nuovo, perché aveva taciuto anche sulla proposta di intitolare una strada allo svevo Manfredi di Hohenstaufen, il Re di Sicilia che donò ai Sulmonesi l’acquedotto medievale e molte altre cose. Gianfranco Di Piero forse è veramente convinto che la città si possa accontentare della disponibilità, sussurrata tre anni fa, a fare il sindaco e dei barbosi discorsi che da tre anni riserva alle inaugurazioni di mostre e convegni.

Il Fiume Gizio nel punto di approdo di anatre selvatiche, duecento metri prima di lambire il palazzo degli Zappa
Ma quel silenzio, del quale non si poteva capacitare ogni ingenuo suggeritore di spunti turistici, ne anticipava un altro molto più comprensibile: un silenzio che ha parlato, se così potesse fare la negazione delle parole. Di lì a un paio di mesi spuntarono le colonne di cemento armato del palazzo in costruzione al posto di una sgangherata baracca. Si cominciò ad avvertire un’atmosfera di attesa: non si sapeva come e perché le basi così importanti di una costruzione che, ad occhio, avrebbe raggiunto più di mille metri cubi, fossero compatibili con un parco che, seppure non si poteva ancora definire del Gizio, era certamente ben inciso nel piano regolatore. Poi è stato un precipizio di notizie e atteggiamenti. Una notizia importante, che solo questo giornale ha riportato, riguardava il fatto che revisore dei conti della società che costruiva il palazzo era Mimmo Di Benedetto, capogruppo del Pd al Comune. Un atteggiamento importante era che il partito di opposizione “Fratelli d’Italia”, quando la questione è giunta in Consiglio Comunale, non ha avuto niente da dire sul palazzo costruito in parco pubblico, neanche per sostenere, in ipotesi, che fosse regolare, forse perché l’assessore della precedente giunta era Salvatore Zavarella, cioè lo stesso che all’indomani delle ultime amministrative ha fatto il salto della quaglia aderendo alla Fratellanza; o forse perchè l’altro componente del gruppo consigliare, Vittorio Masci, non aveva ancora studiato le carte, come del resto aveva dichiarato per la questione dell’appalto delle mense scolastiche. E deve aver seguitato a non studiarle, perché dall’argomento si è tenuto ben distante.
Un silenzio pneumatico anche in Consiglio.
Perché?
E’ domanda impudica chiedersi perché i politici aspettano che sia la magistratura a bussare al Palazzo? Per poi denunciare l’intrusione dei pubblici ministeri nella vita sociale, come fa ogni giorno addirittura il Ministro di Giustizia? E’ dal tempo di “Mani Pulite” che l’opinione pubblica si interroga su questo paradosso. Ma nell’arco di diciotto mesi si è avuta l’immagine plastica di una tecnica che sembrava democristiana e che, invece, permea la vita sociale in tutti gli angoli d’Italia e ormai di quasi tutti i partiti: girarsi dall’altra parte per non prendere posizione. Nel caso di Roncisvalle si è toccato l’acme di tale ottusa pratica. Il Sindaco si trova oggi i sigilli su un’area compresa in un parco pubblico, a confine con uno dei beni più cospicui del patrimonio culturale appartenente al Comune. Se fosse stato per lui, il palazzo al posto della baracca avrebbe potuto mettere la classica bandiera tricolore sul tetto e arrivare pure alle rifiniture. Gianfranco Di Piero, subito seguito dall’assessore all’Urbanistica, arch. Sergio Berardi, ha detto di non poter entrare in merito all’attività degli uffici.

L’assessore Berardi mentre Pizzola gli contesta di essersi lavato le mani dalla vicenda di Roncisvalle
Manca a queste persone il concetto minimo di agire politico, di controllo delle attività sul territorio comunale, che dovrebbe essere l’officium del quale debbono rispondere se sono stati elette o designate ai posti nei quali si trovano.
Sembra che vogliano che il silenzio non venga rotto; che ci siano sacerdoti di un rito percepibile solo da pochi iniziati. Credono di detenere il diritto di escludere “gli altri” dalla conoscenza e dal confronto. E sono talmente arroganti che finiscono per non accorgersi che proprio questo silenzio ovattato fa tendere l’orecchio a chi si interroga su quanto succede nel Palazzo e sa farsi qualche domanda.

Maschera prospiciente Santa Maria di Roncisvalle






