IPOTESI DI MANDARE A CASA IL SINDACO E LA GIUNTA AGONIZZANTI – MA I FRATELLI D’ITALIA SI SPACCANO
28 DICEMBRE 2024 – C’è una luce in fondo a questa dura salita di Via Amendola, a due passi dal Comune. Fuor di metafora, dovrebbero essere le elezioni, che, se si prende atto che la maggioranza non esiste più, si potrebbero tenere a maggio o al massimo a giugno. Ma bisogna prendere atto: con le dimissioni di Gianfracchia Di Piero, che però le ha già ritirate dopo averle presentate, confermando come si dice a Napoli, che politicamente è “’n’ uomo ‘e niente”. Quindi, se le presenta dopo il consiglio comunale di martedì 30 dicembre, le potrebbe ritirare il 18 gennaio e l’agonia riprenderebbe il suo corso. Prima di toglierlo di mezzo facendogli mancare il consigliere Petrella, Andrea Gerosolimo, che non si è sottratto al sostegno dopo avergliene dato tanto nel corso degli ultimi venti anni ed essere ricambiato con la concordata pantomima della candidatura a sindaco in alternativa (ma in segreta collusione), gli ha fatto inaugurare il liceo. E’ stato un taglio di nastro in ghingheri nel quale ci fosse stata una sola voce (giornalisti, intellettuali o sedicenti tali, studenti con un pizzico di sana libidine per la ribellione) a chiedere se piuttosto non si celebrava l’inefficienza delle ultime quattro sindacature e delle ultime tre presidenze della Provincia se le scuole dell’Aquila sono state riaperte anche dieci anni fa.
Nella notte buia e tempestosa nella quale il carneade Petrella tornava al ruolo anonimo di consigliere delle frazioni, la luce dopo l’arco di Filii Amabili dava speranza ai Sulmonesi che, come i cani dopo una immersione in acqua, si scrollano di dosso le pulci della politica di questi ultimi tre anni e vedono un avvenire, che in democrazia sono sempre le consultazioni: quelle vere, non i sondaggi.
Altro modo per prendere atto che la maggioranza non esiste più sarebbe un dibattito in consiglio, con preventiva mozione. Ma non è all’ordine del giorno e c’è da dubitare che venga inserito in tempi ragionevoli. Gianfracchia potrebbe anche dimettersi per congelare la politica per venti giorni; poi si vedrà, all’indomani del ritiro delle dimissioni. Intanto il tempo passerebbe e si rischierebbe che le elezioni scivolino all’anno prossimo. Niente di male, per carità, perché il commissariamento non è il peggiore dei mali, in questo contesto, checchè dicano in coro i politicanti di carriera che cercano sempre di “scongiurarlo”. Basterebbe pensare a quanto di meglio avrebbe fatto un commissario prefettizio al posto del sindaco Ranalli, o della sindaca Casini, o dello stesso Di Piero. Solo che abbiamo ancora negli occhi lo strazio di un commissario che accoglie nel palco più bello del teatro Riccardo Muti che viene a Sulmona a vedere la prima teatrale della figlia ed è accolto non dal rappresentate dei Sulmonesi, ma dal rappresentante del Prefetto (con i disastri che vanno facendo i prefetti alla Valle Peligna negli ultimi vent’anni). Non ci reggerebbe il cuore immaginare un altro evento di portata nazionale o internazionale senza un nostro sindaco, per quanto ci abbia retto vedendo che alla presentazione di una straordinaria edizione delle Metamorfosi, al teatro della città nella quale nacque l’autore, il rancoroso e invidioso Gianfranco Di Piero non c’era per non dare la soddisfazione ad un’altra sulmonese, Luisa Taglieri, di riscuotere il meritato applauso dopo aver tutto organizzato alla perfezione.
Avremmo un 25 aprile davanti al monumento ai Caduti senza un sindaco che con la fascia (non sono solo tre colori in successione, ma è il tricolore per il quale sono morti giovani di vent’anni) segni il collegamento della cittadinanza con i suoi piccoli e grandi eroi, anche di quelli che avrebbero disertato se avessero potuto. Ma, se il sindaco va a casa adesso, il commissario sarà in Piazza Tresca solo in primavera e avremmo il doppio vantaggio di non sentire Di Piero che il 4 novembre straparla di “debito di sangue” dei soldati, invece che di “tributo di sangue”, ammazzando la loro memoria peggio delle granate al fronte, come se chi è morto in guerra lo ha fatto perché aveva un debito. Del resto, Di Piero è stato il sindaco che ha preso più papere, ma Di Piero, come direbbe Antonio di Shakespeare e dicono gli illetterati che non colgono i suoi anacoluti e le pause tipiche dei confusi, è un fine oratore e noi non vogliamo seppellire Di Piero. Solo sperare che se ne vada.
Pare che Vittorio Masci ieri sera abbia dichiarato che a firmare le dimissioni dal segretario dopo la riunione di martedì non andrà. Nessun dubbio al riguardo: uno che è stato a cena con il sindaco, il capogruppo del PD e qualche altro esponente della maggioranza non è detto che sostenga il sindaco, il capogruppo del PD e qualche altro esponente della maggioranza. Può essere sempre una cena di amici, di recente amicizia, di amicizia strategica, ma pur sempre al di fuori delle collaborazioni politiche larvatamente moroteee. Uno che, invece, ha fatto quello che ha fatto Vittorio Masci negli ultimi due anni di consiliatura non può firmare le proprie dimissioni, perché il suo apporto alla maggioranza (gli) conviene darlo fino all’ultimo, anche contro gli orientamenti del partito che lo ha sostenuto per opporsi a Di Piero.
Né, per il caso di Masci, si può dire che lo ripugni non affrontare il sindaco in aula, viso a viso. Ricordiamo ancora come, con lo Zavarella che poi ha fatto il gesto dell’ombrello a tutti i Fratelli d’Italia, a luglio dell’anno scorso aspettava, davanti alla stanza della segretaria, che altri consiglieri andassero a firmare insieme a lui le dimissioni per raggiungere il minimo e mandare Di Piero a casa. Poi è venuto il Masci che pensa che i voti raccolti nelle ultime elezioni siano davvero i suoi e non del partito e va, quindi, di diverso avviso da quello che dice Mauro Tirabassi, che della fratellanza dovrebbe essere l’esponente politico più rappresentativo, quello che, almeno, al contrario di Mariella Iommi e Vittorio Masci, ha lavorato sodo per essere definito davvero un meloniano (nel bene e nel male, s’intende, quando si parla di Giorgia, una madre, una donna, una moglie no, ma sempre Dio, Patria e famiglia e un pizzico di Musk che, quanto alla famiglia, ha un’idea un po’ diversa; ma ha lavorato).
Quindi, bisogna far presto per girare pagina, per vedere la luce, non solo quella di Largo Mazara. Decida questa minoranza raminga come fare; ma assecondi la nostra ansia di votare. Poi decideremo per chi.






