LA STORIA DEGLI SVEVI A TRANI, NELLA PROSECUZIONE DI UNO STRAORDINARIO RAPPORTO CON L’ACQUA E… GLI ACQUEDOTTI – LA FIABA DI UNA PRINCIPESSA CHE GIUNGE DAL MARE PER CELEBRARE LE NOZZE E TORNA IN CATENE NELLO STESSO CASTELLO
14 SETTEMBRE 2026 – A percorrere il camminamento che cinge il castello svevo di Trani si avvertono sul viso piccole gocce dell’Adriatico appena infranto sugli scogli e sulle mura, cioè sulla barriera che divide e unisce l’antica costruzione all’eterno rumoreggiare delle onde e al teatro delle invasioni e delle partenze. Questo è il luogo di approdo di Elena dell’Epiro, che nel giugno 1259 andava in sposa a Manfredi di Hohenstaufen, il Re di Sicilia, non da molto riconosciuto come figlio da Federico II, ma, con i suoi 27 anni, già vicino al tragico epilogo della battaglia di Benevento.

Il castello è possente, con più cortili, con sale immense, quella di Federico accanto a quella di Manfredi, entrambe affacciate sul mare che allora era il “Golfo di Venezia” ma il potere dei veneti non arrivava fin qui, se vi fu impiccato il figlio del Doge, Pietro Tiepolo.
Le gocce dell’Adriatico sul viso dei visitatori del XXI secolo ambientano meglio la parentesi breve del matrimonio celebrato con grande sfarzo, secondo Storia e leggenda: sembrano lacrime che scendono delicate come le tante che Elena dell’Epiro, rimasta vedova dopo Benevento, versò in questo maniero dove gli angioini la tennero prigioniera insieme ai figli. Sono più realistiche dello sforzo multimediale nelle segrete che riproducono onde luminose mentre si infrangono su scogli stilizzati e niente affatto diverse dal ciclo continuo di ogni giorno, di ogni anno e di ogni secolo per arrivare a ritroso al 2 giugno dei diciassette anni di una principessa bizantina giunta dal mare.

Ci hanno tenuto, Federico II e Manfredi, a collocare le loro sale in sequenza sul lato est del castello, in modo che le immense finestre guardassero il mare, certamente più per i doveri imposti dai papi di aggredire la Terra Santa e l’Islam partendo proprio da Trani, dalla cattedrale distante appena duecento metri. Non per accorgersi che la spuma del mare restituisce anche le lacrime delle battaglie, ma per farle, quelle battaglie e vincerle; oppure perderle senza possibilità di appello, come per Manfredi a Benevento, come per il nipote Corradino ai Campi Palentini della Marsica. Non doveva essere tra gli invitati di quelle nozze il giovanissimo Corradino, figlio di Corrado IV: lo zio, proprio Manfredi, si era proclamato Re di Sicilia, di fatto usurpandone il titolo, ma (come si dice per le imprese verso le quali si ha indulgenza) al fine di bene, cioè per non lasciare una intera dinastia, un impero, nelle mani di un adolescente. Fu quell’usurpazione uno dei tanti “orribili peccati” di Manfredi che parla a Dante nel Purgatorio?
Serve veramente saperlo? Oppure non basta sapere del suo pentimento in punto di morte; dell’orribile decisione del vescovo di Cosenza di disseppellire il suo corpo e lasciarlo al vento e alla pioggia; del desiderio, espresso a Dante, affinchè la figlia Costanza conosca la verità della sua breve esistenza; dell’accorato invito perché dalla Terra si elevino preghiere per le quali “qui molto s’avanza” verso il Paradiso? Non saranno bastate le lacrime di Elena d’Epiro che hanno solcato il suo viso come oggi gli spruzzi dell’Adriatico solcano il viso dell’unico visitatore in quasi due ore di apertura del maniero, mentre la folla si accalca per vedere la cattedrale proiettata anch’essa sul mare, ma certo meno ricca di testimonianze di un’epoca coinvolgente per l’Italia?

Fu il XIII secolo nel quale fiorirono le leggi innovative di Federico II, con le Costituzioni di Melfi; fu l’epoca nella quale si affermò il concetto di “bene comune”, più di quanto si sia tentato di fare dopo, fino ai giorni nostri, perché lo “Stupor mundi” regolamentò con severa efficacia i tratturi. Fu il secolo nel quale gli Svevi, che erano stati travolti da Giulio Cesare in Alsazia, a Mulhouse, nel 58 a.C., si presentarono in punta di piedi nello Stivale, chiedendo il Regno di Sicilia al Papa; talmente affascinati dai Romani da proclamare, con Federico II, che nuova acqua andava versata in vecchi otri, riprendendo lo spirito evangelico e le insegne dello straordinario esercito del divo Giulio. Anche raccogliendo il testimone dell’impero di Augusto e di decine di altri “divi” più o meno degni, negli abiti, nei nomi di battesimo che seguivano quelli del ceppo di Hohenstaufen.

Della necessità di rinnovare, con nuovi contributi, il contenuto di antiche istituzioni il castello di Trani propone in più punti l’eco fridericiana. Manfredi si attenne a questo… imperiale imperativo con l’acquedotto di Sulmona, città già antica, all’epoca, che doveva essere vivificata di nuova acqua. E in effetti lo fu, tanto da diventare la vera sede sveva in Abruzzo e da ricevere il Manfredi ancora vittorioso ,“bello e di gentile aspetto” come lo narra Dante e lo conoscono gli studenti italiani: una Storia che parte dal sud.

Nella foto del titolo una ripresa del castello di Trani da sud-ovest.
Nel corpo dell’articolo e dall’alto: la finestra sul mare dalla sala Federico II; il camminamento che cinge tutto il castello; le mura sul lato est e, sul fondo, la cattedrale; l’affresco, al museo civico, di “sovrano svevo”, quasi certamente il Manfredi che con certezza soggiornò a Sulmona; la simulazione, nelle segrete, dei flutti che si infrangono sul lato est, al quale approdò Elena dell’Epiro nel giugno 1259.






