A PALAZZO SAN FRANCESCO ACCADEVA IL CONTRARIO DELLA RISSA PER LE REGIONALI A ROMA

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Quando le liste si presentavano in Comune persino con troppo fair-play

Puntare sull’ultimo minuto dell’ultima ora non è costume nuovo per la politica. E non è nemmeno un fatto inusuale restare impigliati nella violazioni, piccole o grandi, alla regole sulla presentazione delle liste elettorali.

Nel novembre 1975 ci volle un processo penale per ridare credibilità alla campagna elettorale e per rassicurare gli elettori che nella scheda avrebbero trovato i simboli dei partiti che avevano diritto a gareggiare, non uno di più. Il processo non fu breve: fu immediato e la sentenza non fu neppure appellata.

Gli indugi sul corridoio

Era successo il mese prima che, pur di attribuirsi l’ultimo posto nella scheda elettorale, Democrazia Cristiana e Partito Socialista indugiavano nel corridoio del municipio, davanti alla stanza del segretario comunale e, con un garbo che aveva qualcosa di comico, i rispettivi rappresentanti si cedevano il passo a vicenda. Adesso può sembrare eccessivo credere che una dislocazione sulla scheda avrebbe consentito di ottenere più voti. Ma all’epoca comunisti e radicali passavano notti insonni per ottenere il primo posto all’apertura dell’ufficio; e democristiani e socialisti, a distanza di poco più di una settimana, arrivavano a mezzogiorno studiando il modo di entrare per ultimi nella stanza del funzionario che doveva apporre il timbro. Le motivazioni non erano molto esaltanti per il livello di confronto politico. Si trattava di poter confermare ai propri elettori meno istruiti che bisognava segnare il primo (o l’ultimo) dei simboli, senza guardare troppo al sottile, alle scritte, alla falce o martello. C’erano tanti strumenti agricoli e artigianali in giro, anche sotto il sol levante dei socialisti: non potevano considerarsi monopolio del PCI, che peraltro dal 1969 (primo autunno caldo) di martellate per i picchettaggi davanti alle fabbriche faceva ampio uso.

Forse in questo “passa parola” sugli opposti estremi della scheda il programma del partito era l’ultima cosa che gli elettori e i candidati potevano considerare.

E i minuti passavano

Intanto i minuti passavano, nel corridoio di Palazzo San Francesco e ai giornalisti era consentito di vedere tutto, per filo e per segno. Potevano vedere anche il proprio orologio e rendersi conto che, quando era arrivato mezzogiorno, tutti i rappresentanti delle due liste stavano ancora sull’uscio, mentre dall’interno della stanza del segretario comunale qualcuno domandava se vi fossero altre liste da presentare. Ce n’erano eccome: e riguardavano il partito di maggioranza relativa, che aveva 15 seggi su 30, anche se uno era Rino Di Fonzo, coscienza critica che sparigliava tutti i piani di Paolo Di Bartolomeo sindaco. E sull’uscio c’era anche la seconda formazione della coalizione fino a quel momento al governo della città: insomma, se fossero state escluse, non c’era bisogno neppure di votare per sapere che al governo sarebbe andato il PCI. Il sorpasso che qualche mese prima i comunisti ancora filo-sovietici avevano realizzato nelle regionali in quasi tutta l’Italia non sarebbe stato neppure necessario perché gli avversari non partivano. E poi anche una Simca, in queste condizioni, poteva sorpassare: un curioso ordine di scuderia della DC aveva imposto che nessuno dei consiglieri uscenti si potesse candidare. Il tonfo era assicurato: gli elettori (altro che il simbolo in scheda…) non riconoscevano neppure le facce dei democristiani doc, che, per quanto non belle, costituivano il paesaggio politico e i punti di riferimento.

L’atmosfera lungo il corridoio si faceva surreale, perché ovviamente il segretario non poteva uscire per prendere le liste e, da parte loro, i rappresentanti dei due partiti non potevano a quel punto rinunciare all’obiettivo. Erano presenti i liberali: qualcuno di loro alzò il braccio per mostrare l’orologio e disse che ormai il tempo era scaduto. Come spinti da Caronte, democristiani e socialisti entrarono nella stanza, ma seguitarono il balletto dei complimenti.

Il pm tenta l’accusa

Il resto è cronaca giudiziaria: il Procuratore della Repubblica, in base alla denuncia dei liberali, affidò l’inchiesta al sostituto Pietro Sacchetta, che nel giro di qualche settimana sostenne l’accusa davanti al Tribunale e chiese la condanna. Le elezioni erano previste per il 20 e 21 novembre. I comunisti erano così sicuri di vincerle che non strepitarono affatto sulla presentazione ritenuta tardiva. Anzi, sembrò che preferissero l’inclusione di entrambe le liste, come il segretario comunale aveva deciso considerando che a mezzogiorno i due gruppi contrapposti si trovassero nella sua stanza, anche se poi materialmente le liste furono depositate più tardi sul tavolo (per la cronaca: l’ultimo posto spettò alla DC). E come il Tribunale stabilì, con la sentenza di assoluzione del segretario, difeso dagli avvocati Ludovico Dorrucci, presidente del Consiglio dell’Ordine e Pasquale Bafile, del foro dell’Aquila; molto dovette influire la considerazione di personaggio integerrimo, ben al di fuori dei partiti. Il PCI non voleva offuscare un trionfo che le urne avrebbero sugellato: e che, difatti, venne, con ampio margine, per la giunta composta anche dai socialisti (il sindaco fu Antonio Trotta), dai demo-popolari (formazione di quattro consiglieri provenienti a metà dalla DC e a metà dal PSI) e da alcuni socialdemocratici. Con quella coalizione, e con vari rimaneggiamenti, si giunse fino ai primi mesi del 1981 per le nuove elezioni. L’importanza dell’ultimo posto in lista andava sfumando e i balletti del “Prego, s’accomodi…” non si replicarono. Gli… opposti estremismi della scheda non avrebbero più messo in imbarazzo i funzionari dei Comuni.

Nella foto del titolo le scale del Palazzo San Francesco, sede del Comune

Per il seguito del “caso” e l’intervista al protagonista, si veda “AMARCORD PROCESSUALE – Me ne andai per prudenza” .