ANTONIO MANCINI, OVVERO IL FASCINO DISCRETO DELLA CORTESIA

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MUORE IMPROVVISAMENTE IL GEOLOGO E GIORNALISTA

8 GIUGNO 2012 – E’ morto improvvisamente stamane  a 73 anni il prof. Antonio Mancini (nella foto durante una conferenza stampa al Comune), protagonista sulmonese per vari decenni nella politica e nel giornalismo e studioso di geologia, nella quale si era laureato a

Napoli. Aveva ricoperto anche incarichi nell’Ordine nazionale dei Geologi.

Il metodo del professore

Poteva riprendere a spiegare un fenomeno geologico dopo averlo illustrato cinque minuti prima: cercando altre parole, trovando altri esempi. Antonio Mancini ha vissuto una seconda giovinezza di geologo e di professore dopo il terremoto del 2009, quando si è mostrato un libro aperto per chi cercava di capire se e quando le faglie si muovono e quali danni possono arrecare. Non si barricava dietro alla complessità dei fenomeni, non rinunciava a fare paragoni calzanti seppure apparentemente semplicistici; poi, ovviamente, riprendeva le vesti dell’accademico che non si spinge a fare previsioni sul giorno e sull’ora del terremoto prossimo venturo e ritornava agli anni della sua vita a Napoli, all’università, vero punto nostalgico di tutto il suo vissuto di studioso, che in verità non descriveva mai con punte di rammarico per il bel tempo andato. Forse era proiettato sempre verso il futuro, o, forse, sapeva vivere anche molte esperienze contemporanee, in un interscambio orizzontale, tanto da non avere il tempo di rimpiangere il passato.

Aveva incominciato ad insegnare al Liceo classico Ovidio quando aveva tre o quattro anni di più dei suoi allievi.

Si era tuffato nel giornalismo nel 1971 aiutando Nicola Di Bonito al Messaggero e poi per molti decenni  restando legato al filo di contatto da Via del Tritone a Via Carrese dove, da titolare della corrispondenza, aveva attrezzato una redazione che conviveva con un laboratorio di studi micologici e geofisici allargato anche ai davanzali delle finestre per registrare gli effetti delle temperature invernali nella continua sperimentazione. E scriveva pezzi di cronaca nera sorprendenti per chi lo conosceva geologo, ma frutto di quella sua propensione ad approfondire tutto, a calarsi nelle situazioni più varie, a trasferirsi nella realtà degli altri, secondo un umanismo che gli veniva dai molti studi classici non inferiori a quelli sulle faglie.

Il fascino discreto della cortesia

Insomma una persona vitale, che aveva il fascino della conversazione fluente, magari costellata da tante piccole rivendicazioni di primazia in scienze e conoscenze, somministrate, però, a piccole dosi e con il tratto, comunque, della persona colta che sa porre l’interlocutore al primo piano. Per lui, parafrasando il film, si potrebbe dire che aveva il “fascino discreto della cortesia”. Tranne le piccole  e insignificanti eccezioni, come quando in una serata di un torneo di basket al campo in cemento di Santa Chiara, si presentò al fotografo della concorrente testata del “Tempo” e gli chiese, ostentando una fiammante “Rolleiflex”, se la sua “Zeiss” a soffietto servisse a fare la pasta. Peccato veniale, scontato forse per autopunizione con un rollino che rimase vergine come era prima della serata, a causa di mancata sincronizzazione dell’otturatore con il flash.

Per un club di sulmonesi attivi

E dopo e durante la sua avventura nel giornalismo, il prof. Antonio Mancini si dedicò anche alla città, mettendo le sue conoscenze a disposizione di varie Giunte comunali; in questo risentì dell’ambito angusto di una corrente del partito socialista che, per chi ricorda gli anni Settanta, era una parte di una parte del Consiglio comunale, con tutti i veti e i contrasti che sempre hanno caratterizzato la città e le componenti dei partiti tradizionali.

Si trascorrevano serate piacevoli con il Mancini attento conoscitore di tartufi e salse connesse; un club di persone come lui avrebbe potuto risollevare questa città dalle incomprensioni di sempre e dalla diffidenza all’ombra di un campanile.