C’E’ UN PELOUCHE AL POSTO DEL SINDACO

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SEMBRA CHE GIANFRANCO DI PIERO PUNTI AD AFFERMARE ALLA FINE DEL QUINQUENNIO: “NON ERO IO QUEL SINDACO” – SI TIENE ALLA LARGA DELLE DECISIONI E HA TRASMESSO IL CONTAGIO A TUTTA LA GIUNTAOSCILLA TRA IL LEPORELLO DI DA PONTE E L’ARLECCHINO DELLA POLITICA

10 DICEMBRE 2022 – Il sindaco Gianfranco Di Piero imperversa nei funerali; realizzerà un martirologio degli uomini illustri della città, anche di quelli che hanno vissuto un quarto d’ora di gloria solo nelle sue estreme parole, le parole che precedono di poco l’aspersione dell’acqua santa, le volute di incenso e l’invocazione agli angeli del cielo a venire e a presentare l’anima all’Altissimo.

Se uno ha studiato una vita da celebrante, non può tirarsi indietro sul più bello. E’ una rivincita sull’anonimato, un regolamento dei conti con la Fama che ha ignorato il suo profilo per decenni. Se ai tempi della sua prima elezione le redazioni dei giornali lo consideravano un Carneade e non avevano neppure una sua foto, quaranta anni nelle retroguardie non l’hanno aiutato e alle elezioni che lo hanno portato sul primo scranno del Comune il presidente del suo seggio gli ha chiesto il documento perché sfuggiva ai radar della gente comune, delle persone che frequentano la città, ma non lo conoscono. Può sempre concludere l’esperienza da sindaco dicendo ad amici e parenti: “Non ero io quello”.

Il problema è che un pelouche di questi deve prendere le decisioni per la città. Farebbe pazzie per non affrontare i problemi; tanto meno per proporre soluzioni che, come diceva quel tale, ad una delle parti in contesa finiscono per dare torto. E il torto è qualcosa che non si dimentica; giammai, poi, nel segreto dell’urna della elezione successiva.

Nessuno lo ha mai visto guidare, ma tutti lo vedono fare miracoli nello slalom gigante che, in quanto a propensione al rischio, lo colloca anni luce avanti a Jessi Combs: attendente di Andrea Gerosolimo, ha dato l’impressione di poter reggere il doppio ruolo di Leporello, stanco assistente del sulfureo Don Giovanni devastatore di corpi e di anime, e di un Arlecchino politico che dai colori dei partiti che sbiadiscono trova sempre il modo di cucire il suo vestito con gli avanzi, memore della massima democristiana secondo la quale in politica non si butta niente, con il pretesto della condivisione e dell’interclassismo.

L’antologia delle sue non-decisioni si è arricchita della vicenda del piano acustico o, se si vuol usare la roboante definizione delle solite testate in cerca di contatti, della lotta alla movida. Non ha deciso di applicarlo, ma non lo ha neppure rivisto dopo la riunione con alcuni gestori di locali pubblici. Semplicemente il piano non è in vigore e ognuno fa quello che gli pare: abbassa il volume della musica o lo tiene alto fino alle 4 di mattina. L’essenziale è non creare dissenso o, se proprio deve starci, che sia quello di chi non si esprime, come gli abitanti del centro storico che sono una minoranza sempre più silenziosa.

Chi ha la mentalità di Leporello sa che si compiono misfatti (“sforzar la figlia e uccider il padre” commenta le imprese di don Giovanni), ma sa pure che fino a quando il debole non reagisce il problema non si pone. Deve aver suggerito lui alla assessora Di Nisio l’impostazione alla “lotta alla movida”, così da pervenire alla regola che ogni imposizione è un fallimento per il pubblico amministratore. Si sarà compiaciuto della forza espansiva del ragionare pelouche e si è avviato a non decidere neppure per la costituzione del Comune contro il Cogesa. Quattro anni sono lunghi a passare se l’obiettivo è sempre quello di dire, alla fine: “Non ero io quel sindaco”. Ma, come durante la naja, per ogni giorno che passa si avvicina l’alba.

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