SULMONA, 4 dicembre 2011 – “C’è negli Stati Uniti una mole di documenti, di studi che nessuno storico italiano ha finora esaminato in vista di una completa e definitiva indagine sul “Garibaldi americano” e sul contributo che gli americani hanno dato alla formazione dell’Italia risorgimentale. Un Storia di Garibaldi con una angolatura americana deve essere ancora scritta”.
E’ questa la riflessione più emblematica della conferenza che, introdotta dal presidente Emiliano Splendore, il prof. Sandro Sticca, docente universitario americano (alla Binghamton University, New York), ha tenuto presso il “Gruppo archeologico superequano” di Castelvecchio Subequo su Giuseppe Garibaldi a New York. L’impatto con la realtà americana per l’Eroe dei due Mondi avviene proprio dopo la conclusione della traumatica avventura della Repubblica Romana, che segnò dolorosamente una delle più impegnative stagioni del Generale, ma che non lo piegò, tanto che egli continuava a sperare nella causa italiana, pur sbarcando da Liverpool in condizioni fisiche pietose (“come un baule” annotò egli stesso nelle sue Memorie), incapace finanche di muoversi per le febbri reumatiche che lo angariavano già da bordo del battello della traversata atlantica. Era un generale sconfitto, come deve essere qualunque generale che voglia dimostrare di saper rinascere.
E le parole dell’italiano Sandro Sticca ((è nato a Tocco da Casauria ed ha studiato al Liceo classico “Ovidio”) sono state permeate da commozione sincera e da orgoglio patriottico nel racconto di quello che l’America intera seppe tributare al generale: finanche l’offerta, di Abramo Lincoln, di nomina a generale, rifiutata perché non conteneva anche la nomina a capo supremo delle forze armate a stelle e strisce. Uomo di immenso “ego” direbbero gli analisti di oggi: cioè ben munito del carburante che fa grande ogni uomo di fede. Di quella speranza di una Italia unita, di quella voce del popolo che vibrava dentro di lui, come affermò Victor Hugo. Lo studio del prof. Sticca è caratterizzato da una straordinaria componente di citazioni, interpretazioni di fonti americane che probabilmente lo conserveranno tra i più documentati che in Italia sia stato presentato di recente. E Sticca non disdegna di sottolineare, per incuriosire l’uditorio, ma anche per sottolineare come il fascino stesso di Garibaldi sia stato sempre un biglietto da visita, il principale per gli Italiani in America, come fino al 1961, cioè cento anni dopo le imprese delle camice rosse, John Fitzgerald Kennedy parlasse dell’Italia come della nazione di quell’”eroe”.
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Furono rilevanti gli aiuti dati dall’America a Garibaldi, anche e non solo nella spedizione dei Mille: migliaia di moschetti, munizioni, sostegni logistici, finanche il soccorso dopo la sconfitta di Roma, peraltro virilmente rifiutato da Garibaldi. Sulla “conquista del Sud” si sono levate, anche di recente, nuove ipotesi di massiccio intervento inglese e americano (per l’aspetto più strettamente connesso con la Gran Bretagna, si può leggere “Il cimitero di Praga”, di Umberto Eco): si è parlato, ancora, di un coordinato attacco ad uno dei Regni (quello delle Due Sicilie) più potenti e meglio organizzato dell’Europa, che avrebbe potuto annettere a sua volta, per le proprie potenzialità, gli altri stati italiani e costituire una diversa Italia, in alternativa ad un Regno sabaudo che anche nella lingua parlata non aveva molto di italiano.






