I DUE OCCHI PROFONDI CHE NESSUNA FOTO RACCONTA

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CENTO ANNI DALL’ULTIMO COMPLEANNO DI MARIA FRANCESCA, FANCIULLA NEL MONDO DELLA GUERRa, DELLE EPIDEMIE, DELLA GENEROSITA’ D’ANIMO

20 SETTEMBRE 2022 – “Che begli occhi ha questa bambina” disse Vincenzo Del Nunzio, dentista fresco di laurea in medicina, quando Maria Francesca fu accompagnata nel gabinetto che affacciava sul Corso. Strano che si concedesse ad un apprezzamento, che poteva apparire un po’ confidenziale e quindi del tutto fuori luogo per la sua famiglia fatta di gente molto austera. Poi, il dott. Vincenzo Del Nunzio non si compiaceva dei complimenti che al tramonto della Belle époque e dopo i lutti della “Grande guerra” venivano ancora proposti alle fanciulle; lui che aveva quattro figlie (una di queste nata qualche mese dopo che egli era partito per il fronte sulle Alpi), tutte da tutelare dalle galanterie e che doveva avviare nei percorsi della borghesia illuminata, quella che contava sulla laurea come dovere primario.

Quindi, per spingere a una deroga così vistosa, quegli occhi dovevano essere veramente belli.  E il complimento era sincero, perché ad ascoltarlo c’era un attento parente della giovinetta, un cugino, Vincenzo anche lui, e anche lui tornato da pochissimo dai fischi delle granate, uno di quegli italiani inquadrati tra i  “Ragazzi del ’99”, sebbene fosse nato nel 1900 (ma nelle fasi finali delle guerre totali non si va molto per il sottile).

Cent’anni dopo quei ritorni dall’inferno delle trincee non si sarebbe compreso lo spirito che legava i reduci di un disastro che tuttavia era stata una vittoria. C’era un modo di intendersi e di compenetrarsi, seppure tra persone che non si erano mai viste prima e che venivano da universi ancora più lontani di quelli divisi dal fronte fino a qualche mese fa. Un Vincenzo veniva da Spoltore, l’altro da Pratola Peligna, che voleva dire idee diverse di coltivare la vite, di praticare il commercio, di andare a scuola, di scegliere l’università (da Spoltore a Bologna; da Pratola a Roma). Solo il patrono, San Panfilo, era uguale per Spoltore e per Sulmona; ma forse poco interessava alla giovane, fedele della Madonna della Libera.

Il Santuario della Madonna della LIbera a Pratola Peligna

E del resto, era stato un caso, quasi una congiunzione siderale, che il dentista avesse scelto Sulmona per esercitare la professione di medico e dentista: solo perché allora era sede di una sottoprefettura e aveva i numeri per proiettarsi e tornare ad essere una delle città più importanti d’Abruzzo.

Tutto questo: dalle comunanze spirituali di reduci alle diversità tra terre e città, non affollava i pensieri di Maria Francesca, forse emotivamente avvolta da quello che le avrebbe fatto il trapano dell’odontoiatra. Era alle prese con uno dei tanti ostacoli che le aveva presentato la vita: scomparsa della madre nel volgere di meno di una settimana per l’epidemia di “Spagnola”, nell’ottobre 1918; profonda malattia cardiaca del padre, che non aveva potuto accompagnarla al dentista. Così, si era trovata a fare da madre ai due fratelli e alla sorella, tutti più giovani di lei; e madre anche del padre, grande lavoratore fino a poco prima, devastato dalla perdita di una moglie di 39 anni e segnato nel fisico a soli 60 anni.

Vincenzo De Cristofaro, diciottenne, con la divisa appena indossata nell’aprile 1918. Accompagnò Maria Francesca; ma chiedere quando è chiedere troppo

Preoccuparsi del trapano del dentista sarebbe stato fuori tempo e fuori luogo: fuori tempo perché le ore e i minuti erano contati per le esigenze della famiglia; fuori luogo perché anche davanti a un cugino di pochi anni più grande non si poteva mostrare fragile, lei donna di Pratola e per questo un pizzico più fiera delle altre.

Fiera era stata la madre, quando aveva visto passare sotto casa quel ragazzo neppure diciottenne e gli aveva detto che andare a difendere la Patria era il suo dovere; come dire che non doveva farsi troppo pregare. Così, la linea del dovere si era trasferita alla nuova… regina della casa senza corona, ma con grande spirito di servizio, di adattamento, come ne hanno i ragazzi di neanche quattordici anni investiti di compiti più grandi di loro, sulla trincea di un avamposto da non cedere mai. E come ne hanno le giovinette che non frappongono ostacoli anche quando a chiamare non è la Patria, ma la famiglia.

Il tempo di Maria Francesca era diviso tra le cose che potevano servire ai fratelli e al padre; per sé, e per il dentista, poco o niente. O il minimo possibile. Il trapano senza le puntine indolori, per quanto atterrisca al solo pensiero i pazienti di cento anni dopo, era nulla rispetto al nuovo ostacolo che si frappose tra Maria Francesca e la sua sopravvivenza nella società che la chiamava al sacrificio.

L’ultimo compleanno

Una scossa più profonda colpì le sue ossa di giovinetta che il 16 settembre 1922 attraversava il suo ultimo compleanno: una forma di tubercolosi, che le fece avvertire come anche il suo ruolo si sarebbe spento in quella casa dove si andava disorientando la bussola degli avvenimenti, del futuro imminente. A 17 anni una giovinetta pensa a quello che le riserverà la vita, magari ad un ragazzo gentile e bello, senza pretendere il principe azzurro perché un principe si nasconde dietro gli occhi di un tipo che fa per lei. Ma per Maria Francesca le cose non seguirono quel modello. Poco tempo prima del 18 marzo 1923, raccolse i tre fratelli accanto a sé e a ciascuno consegnò un sacchetto che, in parti uguali come solo uno spirito volto alla dimensione superiore può soppesare, conteneva un terzo dei suoi piccoli averi. Lo fece nella consapevolezza di non contare ancora su molti giorni, prima di congedarsi, prima di dire addio anche al padre che era rimasto nei pensieri angoscianti della moglie quando ella sentì che non avrebbe, da uomo solo, avuto la forza di portare avanti la impegnativa famiglia con il più piccolo dei figli di appena quattro anni.

Erano rimasti in pochi gli uomini di tutto il parentado: tre cugine e nessun cugino Maria Francesca aveva dallo zio Salvatore, scomparso già vent’anni prima senza conoscere neppure l’ultima delle figlie, Bice; nessun cugino dallo zio Tommaso, che per questo divenne il patriarca sostitutivo in mezzo a tanti lutti.

Quando lei se ne andò, il rifiuto della sua assenza tra i fratelli fu tale che non ne parlarono più tra di loro per sempre e non ne parlarono, se non una volta in ciascuna delle loro vite, ai loro figli. Si erano dati un limite senza concordarlo tra di loro; ciascuno ne avrebbe parlato al massimo una volta. Una volta soltanto, come si affronta l’eco di un vuoto che rinnova e amplifica l’assenza, oppure una operazione che scava ancora nella carne fresca, priva di cicatrice.

Lei forse è passata come un angelo a benedire l’incontro tra il fratello più piccolo e una figlia del dentista austero, fino a farli sposare secondo quell’altra congiunzione astrale così rara e rivelatasi così duratura negli affetti. La bellezza di quegli occhi non è stata premiata perché di lei non si conserva neppure una fotografia; rimane solo un nome, che nei diciassette anni e mezzo fu ridotto al minimo come a ingombrare il meno possibile: “Marietta”. Ma l’amore, che non è solo riconoscenza per il suo piccolo, grande martirio di madre supplente; la testimonianza di quel suo dono nel sacchetto della spartizione, nel quale avrebbe messo un terzo delle ricchezze del mondo, se avesse potuto; la profonda emozione che suscitavano quegli occhi in chi li ha visti; tutto deve essere stato così potente da trasmettersi, nel silenzio più abissale, come un cavo di acciaio che attraversa, sotterraneo, il mondo dei vivi e quello di chi non c’è più, per arrivare a farne adesso, in queste righe raccolte dal nulla, un ricordo, non chiesto, né sperato e chissà se gradito, cento anni dopo che una giovinetta pensava ai suoi diciassette anni e, forse, alla vita che l’avrebbe attesa se fosse guarita.

Negli “sprazzi di ricordi da collegare” l’avv. Guido Colaiacovo annotò appunti sulla madre e sulla sorella. Risalgono al 3 aprile 2010, quando aveva circa 96 anni, e pochi mesi dopo la scomparsa della moglie, Elvira Del Nunzio. Si rileva l’inesattezza sull’anno della morte di Maria Francesca, 1922, che poi, come da copia dell’atto, rilasciata dal Comune, è confermato nel 1923 (18 marzo, alle ore 14)

Nella immagine del titolo: “Manifesto per la Figlia di Iorio” di Adolfo De Carolis