IAVARONE RIPUNTA I CANNONI E FA DI NUOVO CILECCA

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IMITA TRAVAGLIO E SI AVVOLGE IN UN TRAMAGLIO

6 FEBBRAIO 2014 – Il Messaggero di oggi, nello spazio (tre “brevi”) riservato a Sulmona, si occupa di Palazzo Mazara per sottolineare lo stato di degrado del più prestigioso fabbricato del centro storico, già residenza dei marchesi.

E prende di mira lo scempio di una rete applicata per proteggere gli uffici comunali dall’invasione di volatili: penzola indegnamente dal secondo piano fin quasi il cortile. Sullo stato nel quale le amministrazioni Santarelli, Centofanti, Commissario prefettizio, Federico, hanno lasciato il Palazzo Mazara v.: “Come era bello il palazzo della volpe” .

L’autore della “breve”, Patrizio Iavarone, si lascia avvolgere nella rete e non riesce a districarsi tra la voglia di apparire animato da aspirazioni civiche e quella sottile rabbia che concima i suoi articoli da un po’ di tempo a questa parte. Così riferisce di “questo enorme tramaglio (una cinquantina di metri quadrati) che penzola su una facciata del palazzo dopo essersi staccata dal terrazzo (privato) soprastante” (compie anche un peccatuccio di italiano, perchè il tramaglio è maschile; a meno che ad essersi staccata non sia stata la… penzola; oppure la cinquantina, alla quale si avvicina anche lui inesorabilmenete, e si vede).

Bastava chiedere per conoscere tutta la verità: la rete fu applicata dal Comune sui quattro lati di un cortile interno coronato dal terrazzo (che è solo per un lato di un privato); incardinata a lastre di travertino, se le trascinò alla prima nevicata. Il Comune per questo fu condannato dal Pretore di Sulmona, su citazione del “privato”, a risarcire i danni arrecati e a rimborsare le spese di causa. Venne a più miti consigli ed allacciò un’altra rete (orribile, con maglie per la pesca della balena, evidentemente) che ha ceduto come è nell’ordine delle cose. Il “privato”, quindi, non solo non ha applicato la rete dal suo terrazzo, come si deduce dall’articolo del Messaggero di oggi, ma ne ha contrastato l’installazione ed è stato risarcito dei danni che ha subito. Se poi Patrizio Iavarone, invece di sparare queste supposizioni, quasi a far intendere ai beoti che la rete sia un obbrobrio voluto da quel privato, si volesse informare su tutte le vicende del degrado di Palazzo Mazara, potrebbe riferire ai suoi lettori che il Comune ha danneggiato una delle principali scalinate con infiltrazioni di acqua ed è stato per questo condannato con sentenza passata in giudicato a risarcire oltre 30.000,00 euro per poco più di un pianerottolo, visto che si tratta di preziose terrine e visto che c’è il vincolo rigido della Soprintendenza, onde bisogna chiamare ditte specializzate (tra l’altro in giudizio ha sfrontatamente dichiarato di aver riparato il danno, ma non ha riparato niente, cosicchè il lavoro “specializzato” è andato in malora e si dovrà rifare). Oppure potrebbe riferire dell’altra sentenza che ha condannato il Comune, su richiesta del “privato”, a ricollocare un tratto di grondaia dal quale per anni si lasciava sgocciolare acqua che ha staccato pezzi interi di cornicione; oppure del provvedimento di urgenza che il “privato” ha dovuto chiedere al tribunale per rimuovere il guano di piccioni accumulato nell’ex sede della Saca, di proprietà del Comune, perchè neanche il garbo di chiudere le finestre l’ente ha ritenuto di adottare. Per un cronista che appura con encomiabile tempismo le notizie delle indagini e delle richieste di rinvio a giudizio non dovrebbe essere difficile informarsi su chi da più di 25 anni deve ricorrere al giudice per la manutenzione di Palazzo Mazara; non era neanche necessario andare in tribunale o in Procura, bastava chiedere al “privato” e, come sempre, mirare meglio quando si usa un giornale di un certo livello come Il Messaggero per puntare su chi ha avuto da ridire (e da ridere) sul giornalismo di rancori e intemperanze.

Cerca di ricavarsi il ruolo di un Travaglio e invece si avvolge in un tramaglio.

Il “privato”, manco a dirlo, sarebbe lo stesso che lo ha tratteggiato in “Scoppiano di rabbia i cannoni di Navarone” .

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