“Il 13 gennaio 1915 ci sarà un terremoto”

313

Intanto si pubblica un nuovo libero di Giampaolo Giuliani

Il 27 ottobre 1914 Raffaele Bendandi affermò chiaro e tondo che il 13 gennaio successivo si sarebbe verificato un terremoto disastroso in Italia.

Il problema è che non sapeva dove esattamente la terra

avrebbe sconvolto vite e cose. Gli Italiani lo seppero nella giornata del 13 gennaio 1915; gli abitanti della Marsica furono quelli che lo seppero per primi, alle ore 7,58, e 25.000 di loro morirono. Le previsioni di Bendandi, precise fino all’inverosimile sulla data, non potevano dire nulla sul posto. Il non-scienziato nel resto della sua vita ebbe gioie e dolori, compresa la nomina a cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, nel 1927, revocatagli l’anno dopo; morì in povertà, ma almeno il presidente della Repubblica Gronchi un cavalierato per meriti scientifici glielo riconobbe.

Non poteva mancare questo esempio nel libro “La forza della memoria”, scritto a quattro mani da Giampaolo Giuliani e Alfredo Fiorani, per riportare tutto quello che di ingeneroso è stato detto sui ricercatori non laureati, sugli indagatori (se si vuole chiamarli così e se si può soltanto chiamarli così) e anche per dirne quattro alla comunità scientifica ufficiale, che qualche scivolone l’ha compiuto negli ultimi due o tre secoli e qualche gaffe non proprio innocente non se l’è risparmiata neanche per il terremoto dell’Aquila. Anche la locuzione “comunità scientifica ufficiale” è da rivedere, perchè persone autorevoli, con tanto di titoli accademici e di studi sulle spalle, si sono ben guardate dall’intraprendere una battaglia insensata contro chi ha solo affermato che un certo tipo di gas, in alcune concentrazioni, può denotare un fatto preparatorio di un evento sismico: per esempio, il prof. Uberto Crescenti, che è stato anche rettore dell’Università d’Annunzio, non ha seguito questo… accanimento antiterapeutico e non ha unito la sua voce al coro. Ha fatto anche di più: per esempio in una conviviale del Rotary Club di Pescara dell’estate del 2009, ha detto che uno dei maggiori segnali di un incalzante terremoto è il comportamento degli animali; con l’avvertenza che seguire queste indicazioni può non bastare a mettere in salvo vite umane, perchè essi precedono di pochissimo la scossa.

Il testo di Giuliani-Fiorani è ricco di esempi di quanti, scienziati e politici, tecnici ed amministratori, hanno tenuto l’orecchio teso per ascoltare quello che di nuovo la scienza andava allestendo sulla prevedibilità dei terremoti: da Zamberletti, che è stato il padre della Protezione civile in Italia, al fratello di Richard Nixon in America.

La reazione della ufficialità è sotto qualche aspetto incomprensibile: ad ogni abitante di una zona sismica, ad ognuno degli aquilani dell’aprile 2009, ma anche ai sulmonesi e ai marsicani non sarebbe dispiaciuto che, sia pure con un anticipo di sole sei ore (questo è il termine più sfavorevole, l’altro è di 24 ore) il gas radon avesse detto (e qualcuno avesse interpretato) che forse un terremoto si stava per verificare. Poi ognuno, come accade in tutti i Paesi civili, avrebbe deciso per sé: e gli studenti dell’Aquila sarebbero tornati in Puglia o in Molise; e chi aveva una casa pericolante si sarebbe allontanato per una notte o per una settimana. Oppure, per la fissazione di garantire l’ordine pubblico (che non dovrebbe essere il fine principale di uno scienziato) si possono rassicurare anche quelli che stanno per essere stritolati?