UN FUTURISTA IMMAGINA UNA NUOVA ETIMOLOGIA DI “FONTE D’AMORE” TORNANDO LUNGO LA VALERIA ED ELEGGENDO IL CAPOLUOGO PELIGNO A CAPITALE DELLA CULTURA
30 NOVEMBRE 2025 – La fantasia prevale sulla realtà. Ma della realtà ha una base solida; e così nasce una storia romanzata, più affascinate del romanzo puro, più soffice della nuda storia.
Così è possibile immaginare che Giulia, figlia del primo imperatore di Roma (nella foto del titolo), attraversasse l’Appennino sul far della sera per abbinare tutte le stazioni di posta con incedere tumultuoso, senza un ripensamento, senza un indugio; e giungere a notte fonda alle falde del Monte Morrone, nella Sulmona che Ovidio cantava come sua terra natale. Ed incontrava il “cantore di teneri amore” oppure, meglio, l’immaginifico narratore di miti immortali adattati alla familiarità dei personaggi umani, alle loro debolezze, al loro già scritto destino.
Così , ancora, si trova a quella “Fonte d’Amore” una etimologia non banale, credibile, legata al destino del poeta e della figlia dell’imperatore, il luogo che avrebbe giustificato l’ira del principe.
Questa storia romanzata è fatta di tanti riferimenti colti. Si vede che è scritta da chi molto ha saputo della vicenda del poeta, immergendosi nei racconti della relegazione seguita all’”error”. Ed è una storia connotata dal portentoso influsso della ideologia letteraria del momento nel quale viene scritta. Infatti, si coglie subito un adattamento che i duemila anni (all’epoca, non ancora compiuti quelli dalla nascita del protagonista uomo) non avevano suggerito a nessuno: è la velocità del futurismo che la spinge, perché futurista era colui che la scrisse, ispirato dal tumulto della società super velocizzata di un impero appena nato e bisognoso di affermarsi con impeto come un infante che tutto vuole e tutto diventa per partecipare del mondo che lo accoglie. Chi, del resto, se non un futurista che aveva frequentato Marinetti, Boccioni, Severini, poteva far credere che la figlia dell’imperatore volasse sulle cime della Valeria fin quasi ad “Ostia adriatica”, sfuggendo addirittura ai cavalli… alati della guardia pretoria (istituita proprio dall’Augusto che non si fidava del resto dell’esercito più forte del mondo)? E questo futurista viene alla Badia a bordo di una autovettura nel 1939, quando i futuristi della terra di D’Annunzio si contendevano il chilometro lanciato. Avrà creduto che dietro l’autista e accanto a lui potesse trovarsi Giulia e con lei vedere quelle che, mutuando dal dialetto, chiama le “poteche d’Uiddie”, cioè la favoleggiata “Villa di Ovidio” che era però il tempio a Ercole Curino.

Questa… edizione futuristica del dramma di un poeta (ma, prima ancora: del tripudio di un amante) è stata appena riscoperta dall’editore Ianieri che molto sta dedicando all’Abruzzo con la sua collana “Comete” e adesso ha destato dal sonno delle biblioteche Alberto Savinio (nella foto del testo) con il suo “Dico a te, Clio”, premettendo che della corposa opera ha tratto quello che riguarda l’Abruzzo. Direbbe poco ai più il nome dell’autore, se non fosse lo pseudonimo di Andrea Francesco Alberto De Chirico, fratello di Giorgio e, pare, un po’ infastidito di essere appellato, nella Parigi che ben lo accolse fino ad un certo tempo, “De Sciricò”. Intellettuale di primo piano, presente nelle riviste edite durante il Fascismo da Massimo Bontempelli, Orio Vergani, Giovanni Prezzolini (sul quale inutilmente l’idiozia sinistrorsa ha cucito la definizione “di Destra” per ridimensionarlo senza rendersi conto che un gigante della letteratura resta tale nonostante i lacci e gli arpioni dei nani); in Francia da Apollinaire; adolescente e già autore di opere a Monaco di Baviera; artista di teatro (con la cooperativa autogestita e diretta a Luigi Pirandello “Teatro dell’Arte”), “Alberto Savinio” giunge a Sulmona “tra il lusco e il brusco”, come scrive nel resoconto fiammeggiante, mettendo subito insieme Ovidio, Celestino e San Panfilo nella “triade dei geni tutelari di Sulmona”. “De Sciricò” sa dire quello che abbiamo pensato, ma non abbiamo osato trasmettere, pressati dai luoghi comuni della seconda parte nel “secolo delle ideologie”. E, cioè, che “Sempre Celestino è stato tenero dell’anima di Ovidio, come San Gregorio era tenero dell’anima di Traiano”. Grandi Santi non elevavano steccati e così il Santo del Morrone “Ha cercato di strappare quell’anima all’inferno celebrandole molte messe, ma inutilmente”. Ognuno per la sua strada, quindi, anche se in Ovidio, come abbiamo visto, brillavano gli immortali imperativi dell’accoglienza, della missione del figlio di Dio sulla terra prima di essere di nuovo accolto nei cieli, della pietà per i vinti, del rispetto della donna come essere paritario prima ancora che bersaglio dei dardi d’amore.
Un piccolo, grande libro queste 160 pagine, delle quali la maggior parte dedicate a Sulmona, qualcuna a San Giovanni in Venere, 4 e mezzo a Pescara, nessuna a L’Aquila. Tanto per ricordare chi usurpa il titolo di capitale della cultura.






