LO SGUARDO DI UN CAPO DI STATO

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CARRELLATA DI PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA A SULMONA

1 SETTEMBRE 2016 – Lo sguardo di un capo di Stato denota qualcosa di più rispetto a tutti gli altri sguardi: la disponibilità a mettersi in sintonia con la base, con i componenti della comunità, con il quisque de populo, con chi non ha storia e forse non vuole averla.

In questo è rimasto irraggiungibile Giovanni Leone, che aveva movimenti veloci e sembrava sfogliare il protocollo scorgendo i passaggi essenziali, annullando tutto il resto. Non evocava l’incedere solenne, qualche volta appariva anche sbrigativo. Ma aveva una empatia che quanti lo hanno preceduto e seguìto non hanno neppure sfiorato. A Monte Zurrone, a Roccaraso, mentre lo riprendevamo a poco più di un metro (nella foto) quando stava per lasciare il Sacrario dei Caduti senza Croce, per assecondare l’attimo si fermò quel tanto che bastava per completare la ripresa e quasi per rimanere immobile come si faceva per i ritratti, per non farli venire “mossi”. Nessuno gli aveva segnalato l’importanza della ripresa: “Il Tempo” era il principale quotidiano di Roma, ma lui non sapeva dell’appartenenza del fotografo, né la destinazione della fotografia. Sembrava si fidasse di una appartenenza più importante: al popolo italiano. Quanto alla destinazione della foto, qualunque fosse stata, lo avrebbe riproposto mentre faceva una cosa bella, per la quale si era offerto di partire da Roma e velocemente vi sarebbe rientrato per pranzo. Del resto, nei mesi scorsi la televisione ha mandato il filmato del suo discorso di investitura al Senato il 29 dicembre 1971 e il percorso, sulla “Flaminia” scoperta, si era snodato senza paura di attentati e solo tra due file di corazzieri da Palazzo Madama al Quirinale. Come poteva temere un attentato una persona che salutava, ancora nella cerimonia di Monte Zurrone per i Caduti Senza Croce, aprendo le braccia come si vede nell’altra foto, quasi a voler comprendere e stringere tutti i presenti?

Giovanni Leone a Monte Zurrone a Roccaraso nel 1974 saluta con gesto empatico

Molto simile l’empatia del Presidente Carlo Azelio Ciampi a Scanno, quando una donna disperata lo fermò per strada raccontandogli che il tribunale non decideva la causa del figlio morto mentre lavorava da operaio agli impianti di risalita; ma essere nato in Toscana e non a Napoli, non essere stato avvocato, deve aver segnato la differenza; non era colpa sua, ma le cose vanno così.

A pranzo con Giovanni Gronchi (quando non era più presidente da un decennio) a Pescocostanzo, per iniziativa del presidente della Azienda di Turismo, Iannarelli, si percepiva la sensazione che non fosse ancora sceso dal Quirinale; che si sentisse ancora un corazziere accanto.

Giuseppe Saragat, in quel luglio 1967, aveva un po’ troppo l’aplomb del piemontese per poter apparire coinvolgente.

Se diamo uno sguardo agli ultimi candidati, di empatia proprio non si può parlare per Giuliano Amato, che quando, due estati fa, è venuto a Sulmona per lo scoprimento di una lapide sulla casa che ospitò Ciampi durante la guerra, sembrava voler dire a tutti: “Ma quando finisce ‘sta cosa?”. Occhi non posò su nessuno, né sugli obiettivi, né sui visi del volgo; tanto meno restò ad aspettare un attimo che i fotografi catturassero una sua espressione. Lui si esprime negli articoli delle riviste e nelle interpretazioni dei provvedimenti di legge, più in basso non può.

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