19 NOVEMBRE 2011 – Si è svolta al “Cinema Pacifico” la giornata tricolore, sottolineata dalle esecuzioni di molte musiche risorgimentali, dal “Va’ pensiero” all’”Inno a Garibaldi” (nella foto del titolo il punto nel quale strinse la mano a Vittorio Emanuele II, vicino a Teano e precisamente a Taverna Catena), dalla “Leggenda del Piave” a “Signore dal tetto natìo”, dalla “Bella Gigogin” all’intramontabile eppure inizialmente provvisorio “Fratelli d’Italia”. L’iniziativa è partita dall’Associazione Culturale “Voci e scrittura” che ha presentato il 13° Quaderno Peligno “L’Abruzzo e l’Unità” e la ristampa del volume di poesie “Italia, Italia, Italia!”
A quando risale il progetto di prosciugare il Lago del Fucino? All’epoca dell’Imperatore Claudio, ma la volta giusta fu quella dell’Ottocento. A pensarci fu l’”Italia arretrata” prima che arrivassero i piemontesi: nel 1853 furono gettate le basi, anche se l’opera fu compiuta dopo l’Unificazione. Segni dei tempi che cambiavano nella geografia fondiaria del Meridione. La retorica del “risveglio industriale” del Sud ha sempre fatto gioco su tutto il divenire che il Meridione, secondo potenza europea dopo l’Inghilterra, stava progettando per sé, pur fra le immense contraddizioni di un territorio con larghe sacche di analfabetismo e di arretramento effettivo. In quegli anni si cominciavano a delineare anche le prospettive di un andamento poi consolidato, come quello dello sviluppo dell’area di Pescara, attraversata dalla ferrovia tra Ancona e Foggia (ma siamo già ai primi anni Sessanta, ad Unità già fatta): la ferrovia Napoli-Portici era stata in effetti ben poca cosa (ma era stata la prima in Italia) rispetto allo sviluppo impetuoso della rete ferrata fino alla fine dell’Ottocento (tale rimasta per l’Abruzzo fino ai giorni nostri). Un “colpo” all’Abruzzo interno venne poi dalla affrancazione delle terre del Tavoliere delle Puglie, punto di aggancio con l’economia abruzzese per la transumanza
Insomma, mentre si ascolta Alberto Tanturri che espone, senza retoriche e concessioni al revisionismo filo-borbone, si coltiva la curiosità di sapere come sarebbe andata a finire se il Sud ce l’avesse fatta con le sue forze, se l’unificazione fosse venuta da quello dei regni italiani più esteso e più ricco. Chiarissima la sua esposizione, vivido il ricordo dei tanti luoghi che l’insegnamento scolastico, questo sì retorico e talvolta parziale, ci aveva impresso e che il relatore ha ripercorso con il distacco storico.
Davanti ad una platea molto gremita (forse è il segno delle molte commemorazioni di questo 150° anniversario), la Banda di Introdacqua, diretta dal maestro Luca Di Francesco, ha intercalato le relazioni con i brani del risorgimento. L’esecuzione dell’”Inno”, oggi musica nazionale, è stata accompagnata dal racconto delle vicenda dell’autore, il Goffredo Mameli che morì a 22 anni nella difesa di Roma. Meno male che qualcuno ha parlato di quel giovane, visto che la RAI, ogni mattina e ogni sera diffonde questa musica senza dire chi ne è stato l’autore e presentandone soltanto il direttore d’orchestra attuale.
Marco Del Prete, che ha anche letto molte, anche sconosciute, poesie, ha trattato gli aspetti letterari della produzione di poesie ed inni risorgimentali, ha detto subito che di retorico c’è molto: “Ma non dimentichiamo che, per esempio, Rossetti è morto esule, che Pellico è finito allo Spielberg e che Mameli…” Appunto, Mameli, da eroe che era, è stato pure spodestato come compositore.






