E ALLE PARTITE, IN OSPEDALE, A MESSA: NEANCHE LA BUFERA AMMETTEVA DEROGHE ALLA GRANDE CRISI PETROLIFERA
1 DICEMBRE 2013 – Si cambia solo di un giorno: oggi domenica e quaranta anni fa era sabato.
Ma in mezzo c’è tutto quello che si disse e si fece per la prima grande crisi petrolifera mondiale. Quaranta anni fa l’Italia si preparava alla prima domenica a piedi, quella del 2 dicembre. Al centro-Abruzzo fu un esordio dei più drammatici: quasi quaranta centimetri di neve, nessuno poteva prendere la macchina per andare a visitare parenti o amici, per andare al cinema, ma neppure per portare le medicine a qualche anziano (allora erano pochi, l’Italia non era ancora così senescente) e le cronache della giornata a piedi (cioè sostanzialmente a casa, vista la bufera che imperversava) erano quasi tutte racconti di grandi imprese di Carabinieri e Polizia per garantire medicinali e viveri a diabetici, donne partorienti (allora si nasceva ancora un po’ a casa), allevatori disperati con tutte le loro mucche.
Nessun “visitare gli infermi” neppure in ospedale, matrimoni rinviati, ma nicchie di spacconeria soprattutto fra i giornalisti, che ottennero subito dal prefetto i permessi speciali; Sebastiano Marini, invece, con la sua concretezza e con la sua fiammante Alfetta turchese, solcava Valle Peligna e Alto Sangro per le prime immagini di un ambiente attonito, quasi consapevole di stare sull’orlo del precipizio della chiusura definitiva dei rubinetti del petrolio. Prima degli ambientalisti terroristi, cominciarono a parlare di secchezza dei pozzi arabi gli strateghi del panico: “Tutte le risorse si esauriranno prima del 2000”. Ma l’opinione pubblica era ingenua, pensava che davvero non ci sarebbe stato rimedio all’ aut-aut degli arabi; ci vollero trenta anni per inventare la bugia delle armi di distruzione di massa ed espropriare un popolo del suo petrolio.
Le chiese accelerarono il processo di desertificazione, alle partite di calcio si doveva andare a piedi e nelle trasferte questo era un po’ difficile, soprattutto perchè per i tifosi biancorossi avrebbe significato farsi il tratturo ogni settimana per arrivare a Cerignola, Nardò, Gallipoli, Barletta, Bitonto, Manfredonia, Tricase, senza neanche la gratificazione di D’Annunzio, che pensava ai suoi pastori e mai poteva pensare che qualcuno si avventurasse per una sfera di cuoio lungo il silente fiume di erba. Gli impianti di sci dell’Aremogna sembravano distanti più della luna, sulla quale gli USA erano atterrati quattro anni prima (almeno pare) e le ferrovie, tanto per cambiare, arrivarono impreparate alla domenica a piedi, perchè per Roccaraso continuavano a viaggiare le solite due littorine. Dal centro del paese all’Aremogna o a Montepratello se la dovettero vedere gli albergatori, che organizzarono pullman gratuiti, strapieni, ma di gente con il magone dentro, a ricordare di quanto fosse bello arrancare almeno con le “Cinquecento” che tre anni dopo la Fiat mise al bando perchè andavano benissimo e consumavano pochissimo (nel 76, peraltro, la crisi petrolifera neanche più la si ricordava, tanto erano secchi i pozzi e influenti gli arabi…).
Per non parlare dei giorni feriali: ultimo spettacolo dei cinema abolito, televisore con le nuvole della “fine trasmissioni” entro le 11 di sera, peggio del “fine vita”. Ma che si parlasse di un Natale che sarebbe venuto triste, questo mai; che gli Italiani fossero espropriati del 70% del reddito dallo Stato con le tasse, neanche; che il PCI si alleasse con la DC per far uscire più petrolio dai pozzi neanche a pensarlo, meglio la chiarezza. Ognuno a piedi, ma con dignità.






