UN LIBRO E UN’INDAGINE SULLE SCRITTE DEL VENTENNIO IN ABRUZZO
28 OTTOBRE 2012 – Non è che l’Abruzzo fosse più fascista di altre regioni: è che nei paesi dell’entroterra qualcosa dopo la seconda guerra mondiale si è rotto e, durante l’abbandono per quel flusso migratorio che ha tolto al circondario di Sulmona dal 1946 al 1980 una popolazione uguale a tutta la città capoluogo, chi andava verso l’ignoto non pensava a cancellare il “Vinceremo” o il “Credere, obbedire, combattere” tra la finestra e il portone. Potevano restare lì, chè tanto in Venezuela non si andava né per vincere, né tanto meno per occupare; e senza tanti proclami i pratolani, i gaglianesi, i roccolani hanno conquistato intere economie e sono andati ai vertici di società importanti.
Così, le scritte sui muri del Ventennio sono rimaste come il programma non di quelli che dovevano sparare con sette milioni di baionette, ma di quelli che si chiamavano “cafoni” perchè legavano le sgangherate valigie “ca’ fune”. Poco male – direbbe un capopopolo condannato dalla Storia – una previsione giusta è stata fatta, si trattava di abbinarla al tempo e alle condizioni giuste. Se non fosse per lo spaventoso tributo di sangue che gli Italiani hanno dovuto dare in campagne di guerra arronzate, nelle lande della Russia dove accanto a qualche caricatore si trovano le mostrine della “meglio gioventù” mandata contro i lupi famelici, si potrebbe pensare ad una forza del destino in quelle scritte (sul punto: “Carmela che dalla Russia riceve un piastrino” nella sezione STORIA di questo sito). Oppure si potrebbe concludere, più attendibilmente, che gli abruzzesi sanno amministrarsi bene e sono vincenti quando non sono costretti a fare la guerra.
Per questo la accurata, scrupolosa, dotta indagine che Claudio Marsilio ha proposto ieri a Palazzo Mazara su invito di “CasaPound”, è ancora più attuale e interessante. Ancora una conferenza con una persona ed uno studioso che non si colloca a destra e che anzi premette educatamente qualche netta distinzione. “Quelle scritte – ha detto l’autore di “Muri in camicia nera” entrando nel vivo della conferenza – non sono state imposte e quelle superstiti non sono state rimosse a distanza di settanta anni. Esiste documentazione evidente che i proprietari dei fabbricati chiedevano che venissero verniciate. Molte, poi, sono riemerse perchè più tenaci della vernice che le aveva coperte e nessuno qui si sogna di farne un caso per dare risposta politicamente corretta. Altrove, in Italia, sindaci sono stati denunciati per aver restaurato quelle scritte”.
E la ricerca di Marsilio è stata così totale da repertare anche qualche frase raccolta dal vivo nella popolazione a proposito di questo fenomeno del riaffiorare di cose da dimenticare, come una specie di seconda chiamata dall’Inferno.
Altro elemento che Marsilio giudica significativo è la totale assenza nelle scritte del Ventennio ad ogni riferimento razzistico; il che potrebbe far concludere lo storico, o almeno il sociologo, che quelle leggi del 1938 non erano condivise neppure dal più incolto abitante di paesi a pochi chilometri dagli stazzi.
C’è anche un motivo di fondo che in qualche caso ha contribuito alla sopravvivenza di scritte del periodo fascista: “Noi ci sentiamo fratelli in spirito con coloro che lavorano” (che si legge ancora a Calascio) è, oltre che il condensato di un programma sociale per la prevalenza del lavoro sul capitale e sulla rendita parassitaria (l’usura internazionale, direbbe Ezra Pound), anche quello che afferma la Costituzione italiana al suo primo articolo. Motivo per il quale, per evitare spese, a quel tipo di scritte è stata cancellata solo la firma.
Nella foto del titolo una scritta a Gagliano Aterno






