SE LA “DESTRA” E’ LA TANICA DEL SINDACO

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MOSSE SCONCERTANTI MENTRE IMPERVERSA LA CRISI DELLA MAGGIORANZA – LE ANALOGIE CON IL PASSATO

13 AGOSTO 2023 – Ancora una volta, il problema di una maggioranza politica consiste nel non avere una alternativa credibile: nell’essere, cioè, un assetto forzatamente in equilibrio, che solo per questo lascia insoddisfatto l’elettore che vorrebbe motivi più coinvolgenti per esprimere una scelta. Se ne è parlato all’epoca della cosiddetta “democrazia bloccata”, cioè quando alla confessionale Democrazia Cristiana e al rapace Partito Socialista non potevano unirsi il Partito Comunista perché antisistema e il Movimento Sociale perché (arbitrariamente) collocato fuori di un arco costituzionale ipocrita.

Storie di questo genere si sono ascoltate anche nel piccolo dell’ambiente sulmonese, perché al periodo nel quale la DC aveva la metà esatta di consiglieri comunali seguì quello nel quale aveva bisogno di più larghe intese, ma non poteva colloquiare (solo colloquiare) con il Partito Comunista, che non si era liberato delle molte pelli di serpente che ha lasciato poi sul suo cammino fino a diventare una DC peggiore di quella autentica e in qualche caso ancora più corrotta. Né si poteva colloquiare con la Destra, se non costruendo un asimmetrico arco costituzionale esteso, senza il beneplacito della politica nazionale. Così rimase bloccata anche la democrazia cittadina, che all’indomani delle elezioni del 1981, finì per dipendere dalle parole del gen. Pizzoferrato, persona integra e consigliere comunale del Partito dei Pensionati, ago di una bilancia  che non poteva pesare più nulla proprio perché incastrata nei veti pre-elettorali, accentuati da quelli post-elettorali. Siccome il partito dei pensionati non era ideologicamente marcato, i discorsi del suo rappresentante erano interpretati con una forte carica emozionale: all’inizio erano i residui della DC (dopo il dimagrimento) a ricavarne auspici per l’esito delle votazioni in aula; alla fine erano i socialisti e  i comunisti a ricavarne conclusioni favorevoli. Poi si tornò alle urne con largo anticipo, nel 1983.

Adesso il problema della maggioranza al Comune è quello di avere una Destra che tale non è e che, nella lunga marcia verso il collocamento sotto l’arco costituzionale disegnato da altri, ha fatto un frullato di idee, che la rendono poco interpretabile e ne valorizzano esclusivamente il dato numerico, cioè il duro e puro calcolo sullo scacchiere delle votazioni. Né più, né meno del ruolo dei Pensionati nel 1982, con la mera incidenza del numero di voti (due invece di uno; e uno di questi proveniente da una elezione che neanche lontanamente poteva essere definita di Destra). Messe così le cose, il guaio della attuale maggioranza è la continua tentazione di attingere a quel piccolo ed insignificante serbatoio (una tanica, in realtà), che peraltro può garantire il rifornimento essenziale, come nelle notti degli anni Sessanta quando l’acqua in tutta la città mancava dalle ore 22 alle ore 7 (la Cassa per il Mezzogiorno ha fatto pure qualcosa di buono).

Abbiamo, quindi, un sindaco che, come Paolino Paperino in una barca piena di falle, si allunga per mettere tappi ad ogni buco, ma non ha arti e schiene e teste a sufficienza per chiudere tutti i buchi. Invece di interrogarsi sul significato che i sulmonesi hanno dato al voto del 2021 e, in particolare, sull’impegno che la coalizione ha assunto con la cittadinanza alla vigilia della consultazione, Gianfracchia Di Piero cerca di far quadrare i conti solo sotto il profilo numerico, per superare un altro semestre, un altro mese: a lui basterebbe sopravvivere anche di settimana in settimana. Non lo incalza nessuna minoranza che studi le carte: lo facilita, anzi, quando non si presenta in consiglio come ha fatto per la questione essenziale del Cogesa, oppure quando si presenta per balbettare che deve ancora leggere le carte sull’unico punto all’ordine del giorno, come è accaduto per l’affaire mense. Di Piero finisce di guardare ai banchi dell’opposizione come il dott. Alfonso De Deo guardava allo scranno del Partito dei Pensionati. Lui ha certamente delle gravi responsabilità, che quasi non passa giorno senza che da queste colonne gli si rinfaccino. Ma che il partito di maggioranza a livello nazionale debba tenere le condotte che tiene a Sulmona è il vero scandalo: asservito ai voleri di una classe dirigente provinciale composta solo dal… sindaco dell’Aquila che ha fatto eleggere Meloni anche nella sua circoscrizione e che nella fase del pieno conflitto per la gestione dei rifiuti scaricati a Sulmona, è stato dai Fratelli d’Italia di Sulmona ospitato in campagna elettorale; proteso a servire encomi a personaggi del PD cittadino (Cristiano Gerosolimo, presidente del consiglio comunale, alla riunione del 29 luglio nei primi trenta secondi dell’intervento di Vittorio Masci aveva la faccia di quello che cercava di capire se era una presa per il culo, un po’ come succedeva negli interventi del Partito dei Pensionati prima che si capisse dove andassero a parare), mentre farebbe bene a chiarire anche i rapporti con il segretario del PD ed il capogruppo del PD; muto di fronte allo smacco di un sindaco che partecipa all’inaugurazione di un cantiere per “tagliare”, con la bretella di San Rufino, la stazione di Sulmona dal collegamento L’Aquila-Pescara. E’ la cosiddetta Destra che qualche anno fa si descriveva su queste colonne e che, ovviamente meglio di queste colonne, ha descritto ieri il prof. Marco Tarchi, già ideologo della “Nuova destra”: “Un serio discorso evolutivo era stato elaborato fin dalla metà degli anni Settanta. Fratelli d’Italia farebbe bene a confrontarsi con quella linea  di pensiero, invece di limitarsi a tentare una metamorfosi conservatrice e a-fascista che potrebbe, alla lunga, dispiacere a una parte non minima dei suoi attuali sostenitori” ha detto con chiarezza a “Il Fatto quotidiano” il docente universitario.

Tarchi fa elette analisi ideologiche; a Sulmona la questione sta tutta nel riempire la tanica di Gianfracchia Di Piero perché “passi la nottata”; e nell’asservirsi a Biondi perché una sconfessione da parte di Giorgia Meloni potrebbe ridestare dal letargo programmato sin dalle prime battute del dopo-elezioni e da prolungare con opportunistiche scelte.

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