NELL’ULTIMA OPERA DI DANIELA RANIERI I MITI ETERNI DIVENTANO ALLEATI PER CHI NON ISSA MAI BANDIERA BIANCA – IL SULMONESE AIUTA A CHIUDERE AMORI SPENTI E AD ACCOGLIERE LA RINASCITA DELLO SPIRITO – UNA ANOMALA, PROFONDISSIMA PREGHIERA FINALE
28 GIUGNO 2021 – Ci vuole il coraggio dei forti per raccontare senza filtri la vita rinunciando ai propositi di vendetta per il modo nel quale sono stati ripagati gli slanci in buona fede, le aperture senza riserve. Ci vuole una grande cultura per collocare gli incontri della vita vissuta nell’ambito dei miti e attingere da questi per fare un bilancio possibilistico, non già per convincersi che tutto sommato è andata meglio che a Dafne o a Callisto, quanto per convenire che talvolta il destino, oltre ad essere cinico e baro, è anche molto più violento e ingiusto. E, in ultimo, ci vuole una grande fede nell’avvenire per concludere le circa settecento pagine di racconto con una altissima preghiera che si apre proprio con l’invocazione al “Padre nostro” (ove “nostro” è “la parola più bella“) e passa attraverso la constatazione che anche oggi, nel mondo disincantato e privo di miti, ci sono persone che lavorano non per il loro stretto guadagno, ma per il guadagno di tutta l’Umanità, per “quella piccola, fragile e inerme idea di eternità”, verso la quale si sono spesi e si spendono gli archeologi che hanno l’amore della verità, per la Storia e per l’umanità, ma anche i grandi artisti, che non hanno creato per sé o per la loro cerchia, ma hanno pensato ai lontani posteri. L’anelito di chi ha letto molto ed ha visto molto è per una diffusione dell’amore verso tutti coloro che hanno sofferto: “che a loro sia riscattato il dolore, il respiro interrotto: che a loro sia dato tutto l’amore che esiste negli universi” è l’ultima preghiera.
In quasi settecento pagine Daniela Ranieri compila il suo “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” (Ponte alle Grazie, maggio 2021, pagg. 1- 684, euro 19,80). E, appunto, non usa filtri. Racconta dell’amore sprecato o mal ricambiato. Delle delusioni da chi meno doveva deludere: “Me li ricordo tutti, gli uccisori della mia fiducia nella vita e nelle persone”. Attinge alle risorse che le vengono dai solidi studi classici per non soccombere alla assurdità degli amori sprecati del terzo millennio. Si lascia guidare in questo difficile impegno dalle sue conoscenze, che non sono soltanto quelle emerse dai molti libri che ha letto e digerito, quanto dalla sapienza che le è venuta incontrando anche le persone sbagliate, le istituzioni marce.
Il suo coraggio sta nel non issare bandiera bianca. Sa mantenersi sull’albero più alto della nave in tempesta come un esule dal mondo fantastico costruito nell’adolescenza. Staremmo per dire come un esule dal paradiso delle cose belle e del migliore degli imperi. Come Ovidio, che lei definisce “immenso” e dal quale prende molte immagini, certamente molta sostanza, perché alla fine di quasi novanta capitoli si ha l’impressione che si senta diversa dalle prime pagine, che voglia conservare solo una parte delle sue esperienze, oppure, da giornalista, voglia battere un “Si stampi” solo su quello che vale, senza dirci quale sia stato l’error dal quale ha cercato di emendarsi, ma dicendoci senza scrupoli e ipocrisie quali sono stati gli errores che le hanno quasi rovinato la vita. E, tanto perché si parla di Ovidio, il più eclatante sembra quello incastonato nel disastro della scuola, dalla quale l’autrice si è salvata solo perchè ha pensato che la cultura fosse altrove e bisognava al più presto uscire dalle aule brutte delle “superiori”. Dà i voti ai professori: “Quello di Italiano e Latino politicamente era il peggiore: fascista abruzzese, della Sulmona del povero Ovidio di cui abusava il nome e la gloria, le unghie sagomate a triangolo, da satanista, sporco, sordido, pingue e baffuto, con gli occhiali fotocromatici che ne velavano lo sguardo maligno; voleva che imparassimo a memoria tutto senza ragionare, infatti non imparavamo niente, eravamo costretti a copiare tutte le versioni di latino da libercoli appositamente ideati; ci lasciò vuoti, insipienti, spaventati dai suoi cambi d’umore e dalle interrogazioni horror, in cui eravamo collocati in quattro attorno alla cattedra e inquisiti a turno su temi che non ammettevano dialogo o scambio, ma solo ripetizioni da pappagalli scervellati”.
Scrivendo di cose più auliche e che più meritano di essere citate in uno “stradario”, Daniela Ranieri, per esempio, non fa mistero di rifuggire da intenti didascalici e parla attraverso i personaggi dei miti, molti ancora di Ovidio, come Arianna, anch’essa indomita della vita, considerata una “menade”, giammai una “relicta”. Parla, come Arianna, a chi “ha dimestichezza col mito”, come ne hanno “i lettori di Ovidio”.
Lo “stradario” che contempla molti amori (sono la sostanza dei baci e vengono annotati con una precisione da massimario di Cassazione o una mappa del Touring) deve considerare il modo di liberarsi “dal giogo dell’amore esaurito. Come si fa? L’immenso poeta latino sulmonese Ovidio ha scritto una lista di precetti sullo stampo dei trattati medici, i Rimedi d’amore, per guarire da questa follia. Ovidio è un genio ironico: lui non è un poeta qualsiasi, ma quello che ha scritto l’Ars amatoria e gli Amores, opere che insegnano come innamorarsi e fare innamorare; ora – con lo stile elegiaco, deputato al canto d’amore – insegna come disamorarsi. Ovidio vuole insegnare a maschi e femmine a dare la possibilità alla vita nuova di farsi strada”. L’autrice, dunque, si è ispirata al Sulmonese davanti ai bivi e ai quadrivi della vita per comporre questa mappa articolata.
La vibrante preghiera conclusiva è fatta di meditazioni profonde, che sembrano allontanarsi dal titolo leggero: “L’aldilà si sta riempiendo di persone che ho amato. Mi stanno preparando un banchetto? Avranno i difetti che avevano in vita? Faranno rumore? La tua onnipotenza si è espressa in me come glittica, l’arte di incidere gemme: io sono il cammeo inciso coi tagli di chi mi hai tolto. Il dolore è stato il mio pane quotidiano”. Lo stradario non si conclude con un banale canto consolatorio, ma con un rinvio alle altre vite nelle quali “saremo quelli a cui abbiamo fatto un torto e quelli a cui abbiamo fatto del bene, a ciclo”.
Avviso per conducenti distratti, nell’ultima di copertina dello Stradario.







