SU CAPOGRASSI E’ SCESO IL BUIO, MA SI PUO’ RIPARTIRE DA MEZZANOTTE

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VECCHI E NUOVI CONTRIBUTI  SUL GIURISTA SULMONESE E SUL PREMIO A LUI INTESTATO

15 GIUGNO 2014 – Ci si dovrà pur chiedere perché un premio come il “Capograssi” si sia interrotto e rischi di rimanere nel pantano della possibile, ma sempre rinviata rinascita.

Si potevano attribuire tutte le colpe all’ex sindaco Fabio Federico che non avrebbe assicurato sufficienti finanziamenti da parte del Comune; e qualcuno si è precipitato ad allestire questo “crucifige” strumentale, ovviamente ben evitando di sottolineare la volgare risposta che pervenne dal “Premio” dopo la destinazione di un contributo ritenuto esiguo. Quei pochi soldi furono deviati al canile municipale, a dimostrazione che si potevano allestire tutti i premi giuridici e letterari del mondo, ma la grettezza rimaneva quella che decenni di finta cultura avevano affinato.

Perciò, interrogandosi sulla fine del “Premio”, ognuno potrebbe darsi  la risposta strumentale che vuole e che lo rassicura; ma, per esempio, non si comprende perché, cambiato il sindaco, il risultato non sia cambiato (nella foto del titolo il busto di Giuseppe Capograssi davanti al tribunale)).

Una riflessione abbiamo provato a maturarla quando abbiamo saputo che per Capograssi era venuto a Sulmona uno dei maggiori giuristi italiani viventi, Pietro Rescigno (v. “Omaggio a Capograssi”, nella sezione PERSONE di questo sito). Si tratta di risalire a tanti anni fa, quando Capograssi ancora non andava di moda e lo valorizzava un arcidiacono della cattedrale come don Antonino Chiaverini, senza contributi materiali e soprattutto senza deviare al canile municipale (come è accaduto incredibilmente qualche anno fa) le piccole offerte che per le sue conferenze potevano venire in tempi di crisi spaventosamente peggiore di quella attuale.  E l’estate scorsa ci siamo chiesti come mai una persona così, un giurista che aveva fatto parlare tutta la comunità accademica per i suoi scritti, non fosse mai stata invitata non diciamo a ritirare un premio, ma anche solo a presenziare ad una sessione, a fare da moderatore.

La certezza che coltivavamo sul distaccato prestigio di chi sceglieva ha cominciato a scricchiolare. Lo stesso smarrimento ci è venuto in questi giorni quando si compiono trenta anni precisi dalla edizione di un profondissimo saggio su “Corte Costituzionale e legittimazione politica” di Carlo Mezzanotte, che è stato Ordinario di Diritto costituzionale a Pisa, poi alla Luiss, vice-presidente della Corte Costituzionale, prestigioso avvocato, scomparso a soli 65 anni nel 2008.

Il prof. Carlo Mezzanotte

A tu per tu con Kelsen e con la teoria pura del diritto, con quell’attualissimo studio che sembrava anticipare le perplessità sul ruolo di un tribunale  che, sostanzialmente, doveva per antonomasia custodire lo spirito della Costituzione non rappresentabile in una sentenza, Mezzanotte ha citato Giuseppe Capograssi e si era avvicinato a lui con lo scrupolo dello studioso che si domanda sempre se sia riuscito ad interpretarlo correttamente e chiede riscontri e cerca conferme.

Il costituzionalista Carlo Mezzanotte legge, tra i mille testi che gli sono serviti per individuare la legittimazione politica di un organo giuridico, “L’ambiguità del diritto contemporaneo” che ora è compresa nelle “Opere” del Sulmonese. Scopre che Capograssi, rilevando l’assenza, nella nostra Carta fondante, di un “unico potente pensiero”, forse richiamandosi a quello che diceva Carl Schmitt della Costituzione della Repubblica di Weimar, affermava : “Si può dire che queste costituzioni sono l’indicazione di temi provvisori, dei punti in contrasto sui quali si svolge la lotta politica: un indice di dissensi e non un indice di consensi”. “Il grado di frammentazione raggiunto della moderne società pluralistiche aveva, a suo giudizio, portato  costituzioni “perfettamente staccate dalla realtà”” aggiunge nel suo lavoro di trenta anni fa Mezzanotte, prima di entrare da giudice nella Consulta. Parla di una “metodologia della dissoluzione costituzionale, che in Capograssi (ma non solo in lui) è così pronunciata, trae forza dai connotati pluralistici della nostra e delle altre costituzioni della Stato sociale. Queste, per il solo fatto di promanare da un’assemblea ideologicamente divisa, quanto alle loro origini sono eterogenee per antonomasia. Non c’è in esse nessuna disposizione che non abbia le sue radici in una porzione più o meno estesa di ideologia politico-partitica e che non si presti ad una interpretazione per metonimia”. E sembra questo il nodo fondamentale della rappresentatività e, indirettamente, della legittimazione di un organo costituzionale come la Corte che giudica le leggi per controllarne la compatibilità con la Costituzione. Ora, tra il 1984 e la destinazione dei fondi al canile si sono svolte tante edizioni del premio “Capograssi”: possibile che a nessuno sia venuto in mente di chiedere a Carlo Mezzanotte di ripercorrere insieme per mezz’ora o per un pomeriggio le linee che lo hanno ispirato nell’analisi di Capograssi, lui che non aveva rapporto alcuno con Sulmona,  e che una volta, al più, era andato a trascorrere un breve soggiorno a Scanno?

Può essere, allora, che il Premio Capograssi si sia avvitato su se stesso ed abbia perso la spinta propulsiva verso la conoscenza di tutto quello che germogliava nel mondo giuridico dopo la semina del Sulmonese; può essere che chi doveva raccogliere i frutti di un intenso sforzo riflessivo sul Novecento in tutta Europa si sia fermato a prendere qua e là senza una visione di insieme. Se un Rescigno, se un Mezzanotte restano fuori dalle stanze delle conferenze su Capograssi qualcuno dovrà riprendere il metodo che è sotteso a tutte le manifestazioni culturali, che è sostanzialmente il confronto per maturare nuove convinzioni insieme; e dovrà reprimere le gelosie e le invidie dei cattedratici per far sbocciare nuove riflessioni. Il confronto si fa con tutti quelli che conoscono una disciplina anche se non “in linea”, è ovvio: non bisogna essere accademici per conoscere questa regola fondamentale. Tenere una “casa Capograssi” per frequentarne solo due stanze, quelle che si ritiene siano organiche ad una certa impostazione, può significare offendere lo stesso giurista. Né si può affermare che questa critica franca porti all’estinzione del Premio, che di suo si è già estinto. E’ il momento, allora, di valorizzare nuove voci, di comprendere come il Capograssi a noi sconosciuto sia stato letto e studiato da cattedratici che non conoscevano Sulmona, ma il suo figlio giudice costituzionale; potrebbe significare la liberazione da un provincialismo culturale che, se si persegue con proprie risorse, può anche essere tollerato, ma che non si giustifica se pretende di contare sui soldi di tutti.