VIVERE FINO A DIECI ANNI ADDESTRANDO UN FALCO E POI SPICCARE IL VOLO

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I CENTO INTENSI ANNI DI “DON GUIDO”

12 AGOSTO 2014 – Quando si sopravvive ai primi dieci anni come è sopravvissuto l’avv. Guido Colaiacovo (nella foto con la divisa di collegiale a Pesaro) si può stare già sulla dirittura di arrivo dei cento. O quasi.

Aveva quattro anni nel 1918 quando la giovanissima madre Annunziata Di Cioccio fu strappata alla vita dalla “Spagnola”, il flagello che imperversò sul finire della prima guerra mondiale (20 milioni di vittime certe). Era il tempo nel quale i morti non si potevano neanche piangere e tanto meno abbracciare per l’ultima volta, perché le misure sanitarie erano eccezionali. Luigi Colaiacovo, lontanissimo parente di Guido, scomparso nel dicembre scorso all’età di 105 anni (e al quale “Don Guido” si aggrappava con affetto perché era l’unico che “andava avanti”), raccontava di un vago ricordo dei morti concentrati alla Madonna della Neve con le bocche e il naso chiusi dalla calce per evitare infezioni (v. “Soldato, le bombe di ieri erano per il tuo paese” nella sezione STORIA di questo sito). Non l’ha vista così il figlio, per fortuna, ma l’ha invocata due notti prima che si interrompesse la sua lunga vita, quasi a cercarla un’ultima volta, non più in silenzio come ha fatto per 96 anni.

L’infanzia durò fino a dieci anni accanto al padre, Antonio, al fratello Gaetano e alle sorelle Paola e Maria: poi anche l’infanzia ebbe una brusca chiusura, con la morte del padre nel giorno di Natale del 1925. Ed era morta anche la sorella Maria Francesca; bella, ma affranta nel ruolo difficile della figura vicaria della madre. Lui ricordava un episodio accaduto “Dentro la terra”, quando le strappò il cestello della colazione mentre lei lo accompagnava a scuola e se ne scappò per i campi, lasciandola nell’angoscia di dover rispondere al padre per quella ulteriore assenza. Se ne era andata a diciotto anni, altra freccia nel cuore di un adolescente che cominciava a temere disastri tutt’intorno e sentiva il mondo fascinoso di una famiglia benestante pericolosamente sul filo del baratro dell’abbandono, spirituale e materiale.

La compagnia del falchetto

Si era rifugiato nell’amore per gli animali e per il mondo contadino: passava il suo tempo senza studiare, per le campagne, accompagnato da un falco che aveva un po’ addomesticato e che gli si posava sulla spalla senza nessuna costrizione. Si divertiva a vederlo librarsi in alto, girare e girare e poi scendere in picchiata verso una preda; per tornare sulla spalla. Un incanto, come quelli che capitano ai bambini che non hanno più rapporti con l’esterno, con la loro comunità, con i loro parenti. “Più conosco gli uomini e più amo le bestie” ha detto qualche volta negli anni della maturità, ma più per una reminiscenza classica e letteraria che per autentica convinzione. Finito quel decennio doloroso, era finita anche la fanciullezza mai incominciata.

Lo zio avvocato, che non ebbe mai figli e divenne il padre di tanti nipoti per la morte (venti anni prima) di un altro fratello ad appena 43 anni, Salvatore, lo avviò al Collegio, a Pesaro e poi a quello di Perugia per completare le scuole medie superiori. Guido tornava a Pratola solo in estate: Natale e Pasqua li passava nei corridoi del collegio, talvolta da solo perché gli altri compagni erano tornati alle loro città.

La solitudine del Collegio

Le prove di una vita difficile non erano finite, perché febbri reumatiche lo costrinsero a perdere sei mesi di frequenza. Sfoderò una volontà di ferro e recuperò studiando con una intensità che sorprese lo zio e più ancora i suoi precettori; ma non ne faceva mai occasione di vanto, anzi di sé diceva sorprendentemente di non aver mai superato il livello della mediocrità. Ha raggiunto, invece, livelli di autorevolezza che gli hanno consentito di gestire da Presidente per 35 anni una banca, la Cassa Rurale ed Artigiana, costituita e conservata fino agli anni Ottanta “cooperativa a responsabilità illimitata”: vale a dire che tutti i soci rispondevano con tutti i propri averi delle obbligazioni della banca; vale ancora a dire che, entrando a farne parte, contadini ed artigiani di Pratola e dintorni mettevano nelle sue mani tutte le loro sudate e uniche risorse. Da qui l’ormai insolito appellativo di “Don Guido”. E non è che qualcuno di loro gli abbia mai revocato questa fiducia: solo la Banca d’Italia pretese la trasformazione in società cooperativa a responsabilità limitata. Forse con persone così si sarebbe potuta riformare la società; ma proprio persone così non hanno mai avuto fiducia nei politici di una repubblica assai poco pubblica e non si sono mai impegnate in progetti che non fossero chiari.

“Il computer potrebbe servirmi”

Qualche settimana prima di morire cercava di rintracciare una compagna di banco, Giusy Raspani Dandolo che poi era diventata un attrice affermata. Cinquant’anni prima si era presentato allo studio di un altro compagno di scuola, diventato affermato psichiatra, fingendo di essere un pazzo furioso e spaventandolo tragicamente. Due anni fa manifestò interesse per un computer, perché attraverso internet avrebbe potuto rintracciare tutta la sua classe. Ma desistette perché nessuno era sopravvissuto come lui che aveva superato i suoi primi dieci anni drammatici.

Il suo grande completamento, la sua àncora di… saldezza è stata Elvira, con la quale è vissuto quasi in simbiosi (v. “Sono tornata al Carmine ed ho visto l’inferno“). Non che non gradisse le cene con gli amici avvocati, con Enrico Tedeschi e i più giovani Totò Maiorano e Angelo Marinelli, che lo tonificavano e stimolavano facendo opera di maieutica del suo spiritaccio pratolano. Ma, a parte quelle (rare) occasioni e gli impegni per i viaggi delle “Casse Rurali” anche all’estero, non usciva mai a cena o a pranzo. La sua aspirazione divina era passare il Natale con la famiglia, con i parenti più stretti, quasi a cancellare i freddi Natali del Collegio e quello del 1925. Avrebbe riproposto sempre questi Natali calorosi e intimi, per scoprire di non essere solo e per sentire che dietro l’angolo non ci sono soltanto lutti devastanti. Magari li avrebbe allargati invitando un falco; ma nella vita, come era sempre convinto, non si può avere tutto.