E GARIBALDI TROVO’ IL TRICOLORE DEI BORBONI

651

4 OTTOBRE 2012 – Garibaldi a Napoli è arrivato che già da qualche mese sventolava sui palazzi del Re il tricolore. E non era un re sabaudo, ma proprio Francesco II, il tanto vituperato monarca reazionario che

aveva concesso la costituzione, riconosciuto la libertà di stampa, inaugurato il sistema rappresentativo, decretato l’amnistia ai detenuti politici e che, insomma, quanto a ideali liberali, non doveva imparare niente da Camillo Benso di Cavour. La modifica della bandiera borbonica aveva conservato lo stemma al centro del vessillo, ma il candore che circondava i segni del casato era ristretto a confronto con la vecchia bandiera, era solo una striscia, larga come i contrapposti rosso e verde.

Una base alternativa per l’Unità d’Italia

 L’Italia meridionale era la prima base di partenza di una Italia unita che si sarebbe potuta riconoscere in quel tricolore (si può vedere, a proposito, “Ruffo a Borges: portate con voi il tricolore italiano” nella sezione “150 ANNI” di questo sito) e gli ultimi contributi storici in occasione dell’anniversario di un secolo e mezzo di Unità d’Italia hanno consentito di portare all’attenzione del grande pubblico una verità tenuta sempre in ombra: che, cioè, i tempi erano maturi almeno dalla prima metà dell’Ottocento per una unificazione del Paese e che il contributo per il conseguimento di questo traguardo fu, negli ultimi anni, concorrente tra il Sud ed il Nord. La mistica di una spedizione dei Mille che avrebbe portato un sovvertimento ed avrebbe sconfitto la reazione al Sud è un aspetto tra i più suggestivi e cari per ogni Italiano, ma bisogna prendere atto che Garibaldi arrivò quando già Napoli si era convertita non solo ai colori risorgimentali, quanto allo spirito stesso delle nuove libertà. Certo la spinta impressa da Francesco II fu tale da apparire un modo per prevenire un cambiamento che si sarebbe espresso con una rivoluzione: ma questa è l’interpretazione di chi ha visto il Regno delle Due Sicilie come la somma di tutti i mali, quindi di chi ha preteso di scrivere la Storia mentre in realtà annotava solo scampoli di propaganda ed enunciazioni funzionali al nuovo padrone del Meridione.

L’azione frenante dei baroni e dei camorristi

Dello sventolio del tricolore a Napoli mentre Garibaldi era ancora in Sicilia parla Paolo Macry nel suo “Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi”, Il Mulino, 2012, pagine 155, dove peraltro si esprime un giudizio molto severo su Francesco II, che avrebbe agito  con “un misto di realismo riluttante e avventatezza politica”. Certamente, l’ostilità dei baroni e baronetti disseminati in tutte le lande del regno fu il contraccolpo che avrebbe spento ogni spirito di riforma; ma di questo non si può accusare il sovrano ventiduenne e, se si accusasse lui, si dovrebbe puntare l’indice anche su Carlo Alberto, per esempio.

Occorre prendere atto, tuttavia, che questi recenti contributi contribuiscono a diradare le nebbie diffuse da un patriottismo piemontese fondato sul ritornello di un inetto Franceschiello: la verità, come canta Eugenio Bennato (altra voce tutt’altro che filo borbonica) nel suo recente “Questione meridionale”, si fa avanti poco a poco, anche nei testi e nelle narrazioni per decenni vietati. Ed è una verità che porta ad un bilancio più maturo, fatto anche con l’esempio di un governo  dalle nuove impostazioni libertarie che da Napoli, purtroppo soltanto poco prima del dissolvimento del regno, si diffondevano in provincia. Per esempio a Sulmona con il processo a Panfilo Serafini, che i giudici “borbonici” ritennero da assolvere da una prima accusa pur in presenza di gravissimi addebiti di sovvertimento dell’ordine per i quali in Piemonte si andava addirittura a morte.

Dalla recensione al libro di Macry che Paolo Mieli ha curato per il “Corriere della Sera” emerge inoltre un dato di una crudezza e di una linearità unica: ad abbattere il trono di Francesco II fu, all’interno della classe dirigente napoletana e siciliana, una masnada di camorristi e di violenti, addirittura di guardie private degli stessi nobili che del tricolore non avevano nemmeno l’idea e non volevano averla. Nel volgere di pochi mesi, forse poche settimane, il tradimento è stata la regola della classe dirigente napoletana.

Si è sempre sostenuto che per scrivere la Storia occorra che trascorrano almeno cinquanta anni dagli avvenimenti che ne hanno determinato il corso. Per Francesco II ne sono stati necessari 150, ma sarebbe già un fatto positivo se l’anniversario fosse servito a questo.

Please follow and like us: