SCOMPARSO FABRIZIO SANITA’ – PORTAVA NEL CUORE LA “SUA” SULMONA

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L’ingresso dal cortile di Casa Sanità

18 GENNAIO 2012 – Si può amare visceralmente una città senza averci mai abitato, senza conoscervi nessuno che sia sopravvissuto ad un’epoca e senza coltivare concrete prospettive di farla diventare luogo della propria esistenza e delle occasioni di svago. Si accarezza, così, la sensazione gradevole di una città ideale che però, invece delle descrizioni degli utopisti, ha strade, uffici, prati, perfino il palazzo dei propri antenati. Ma è sospesa, tra le cose belle, da evocare sempre con gli amici: non solo un buen retiro per snobistici indugi, ma un’immagine da portare all’occhiello (accanto al titolo, lo stemma dei Sanità).

E’ successo al barone Fabrizio Sanità per la “sua” Sulmona. L’ha amata sognando fino all’ultimo di abbracciarla concretamente con la scelta di abitarvi per sempre, ma senza nessuna possibile speranza.

Ultimo discendente in linea diretta di una famiglia nobile di Sulmona, non era nato qui (ma a Roma, dove è scomparso di recente a 80 anni) e qualche famiglia sulmonese aveva conosciuto il padre, ing. Isidoro, e la madre, Beatrice Cerulli-Irelli, che invece era originaria della provincia di Teramo. Ma quello stemma, che dovrebbe evocare gli avvenimenti delle “Forche caudine”, era da mille anni abbinato ad un passato intenso di cavalieri e di armi, poi di amministratori di un vasto patrimonio, di persone che avevano servito la città anche con incarichi negli enti doviziosi del medio-evo e del Settecento. Insomma queste strade e questi palazzi stavano nel sangue di “don Fabrizio”; erano per lui il felice contatto con una casa mai abitata, ma piena di tratti conosciuti e sempre raccontati in famiglia.

Gabriella e Fabrizio Sanità in una passeggiata a Pacentro

Trent’anni fa don Fabrizio concesse gratuitamente al Comune di Sulmona tutto il piano nobile del suo palazzo, che ha due ingressi: sul Corso Ovidio e in Via Solimo, compresi gli arredi e la biblioteca. Il Comune poteva tenerlo per dieci anni, ma sostanzialmente per quanto avrebbe voluto, pur con l’unico vincolo di destinarlo ad una attività culturale e pensando alla manutenzione (il Barone Fabrizio Sanità, nella foto del 1983, è ripreso nello studio del Palazzo, tra il Corso e Via Solimo a Sulmona, che era rimasto intatto, con una edizione del “Corpus” di Giustiniano nella biblioteca). Era il coronamento di un sogno di devozione per la sua città dell’utopia, il contributo di un cittadino che sentiva ancora di essere legato ad un patto medievale, di quelli non scritti e, per questo, ancora più vincolanti perchè non sono sottoposti a nessuna interpretazione malevola e a nessuna riserva mentale. La città fa occhieggiare dappertutto quelle linee a piramide, l’una sull’altra, dello stemma: per l’abbinamento con altre famiglie e, quindi, per la riproduzione nei “quarti” degli altri stemmi; per l’”imprimatur” sulle opere di pubblica utilità, come sui mulini o negli altari delle navate di alcune chiese.

Niente di tutto questo ha mai fatto inorgoglire Fabrizio Sanità, se non il piacere di riconsegnare tutto quel passato alla “sua” città, in un incontro con il sindaco Alfonso De Deo, che siglò nel 1982 l’accordo per il “comodato” del Palazzo.

Bella storia quella di Fabrizio con la città che non aveva mai vissuto e nella quale tornava come fa un amante appassionato, per darle tutto fino a quando è possibile, fino a quando il tempo ferma anche gli orologi di un antico palazzo dell’ultimo erede “vetustate paria”.

Il Barone Fabrizio Sanità nello studio della casa sul Corso e in Via Solimo

La baronessa Gabriella Roesler-Franz Sanità davanti alla fontana in Piazza del Popolo a Pacentro
Il barone Fabrizio Sanità nel 1977 con Mario Marcone ed un giovanissimo Maurizio Gentile
Il cortile medievale di Casa Sanità sul lato del Corso
La scalinata che racchiude gli affreschi del De Litio e, a sinistra, l’albero di giuggiole
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