Chiedersi dove sia stato in questi trentadue anni Angelo Scalzitti (nella foto del titolo lungo la scalinata di Trinità dei Monti nell’aprile 1975 e il primo a destra nella foto a fianco, accanto a Francesco Sardi de Letto, Armando Gizzi, Giuseppe Di Tommaso e Mario Marcone, nel teatro di Sulmona) significa percorrere strade profonde, che portano nelle parti più silenziose dell’anima e perciò più evocative di emozioni potenti e inesauribili.
Avevo venti anni quando sentii il primo contatto vero con la morte. Quelle poche parole, dette con una inflessione sulmonese (“Scalzitti s’è morto”) nella redazione del “Tempo” il I giugno 1975, sono rimaste come l’annuncio di una cosa irrimediabile, come il baratro che si credeva non esistesse. A venti anni un annuncio di morte non lascia cicatrici: conserva una ferita aperta, che viene curata con qualche balsamo. Se riguarda una persona che è parte di noi, lascia anche una mutilazione e perpetua l’interrogativo ricorrente di come sarebbero state tante esperienze di vita, di lavoro, di svago, se la morte non avesse bussato così imperiosamente, così impietosamente.
Debbo anche dire che la disperazione non è stata una condizione che sia durata a lungo. A quella età le forze vitali non consentono di rifugiarsi nel nulla, perché sarebbe uno stato contro natura. Soprattutto Angelo Scalzitti non avrebbe assecondato un lutto irreversibile e nichilista; e non soltanto per una sua impostazione e stile di vita, quanto perché veramente egli non ha mai dato una testimonianza che prevedesse la resa davanti ai passaggi stretti dell’esistenza. Non era avventato e irriflessivo; ma il suo spirito aveva i caratteri del rivoluzionario e del ribelle sulle questioni di principio.
Per questo piaceva ai giovani; ed ero uno dei tanti a frequentarlo. Più che condotti per mano, ci sentivamo spinti, perché Angelo Scalzitti non sopprimeva mai l’anelito dei giovani alla conoscenza e, per ciò stesso, alla contestazione del presente, applicazione concreta di quel “provare e riprovare” e più ancora del “riprovare e provare”, cioè della ricerca continua della soluzione, ma anche della consapevole ammissione dell’errore per svolgere una nuova e migliore “prova”.
Affascinava i giovani e quell’annuncio di morte lo ha cristallizzato tra i giovani: tra coloro che cercano con entusiasmo una personale strada senza lasciarsi andare; starei per dire (se non temessi di usare un linguaggio moralistico che a lui non è mai piaciuto) senza compromessi con gli ideali. Era un sovvertitore, una coscienza critica, ma non si dissociava mai da un riscontro di saggezza.
Per tale suo fascino, la figura di Angelo mi ha dispensato essa stessa in più di trent’anni il balsamo perché la lacerante mutilazione non producesse a sua volta morte. Nel segreto dell’anima, egli rappresenta un dolce paragone per le situazioni che richiedono energia e tolleranza, cioè per concetti direttamente legati allo spirito di avventura e, al tempo stesso, alla disponibilità verso il prossimo. Alla mia età di oggi, quando ho superato da parecchio il limite che Angelo non riuscì a varcare e che, pure, mi sembrava lontanissimo, comprendo come sia difficile accostare un giovane al concetto di tolleranza e come l’unico insegnamento sia quello della propria testimonianza, visto che ai giovani non si può mentire.
Per il rifiuto della morte di Angelo, che mi tenne anche lontano dal suo sepolcro con la intransigenza dei venti anni, ho letto solo qualche mese fa il suo “I tormentati”. Quelle pagine me lo hanno fatto apparire come la persona che si mostrava nel privato: uomo tutt’altro che disposto ad accettare verità conformi, soprattutto non incline ad ossequiare il rituale della storia scritta sotto dettatura. Ma, insieme, sereno nell’adempiere ad un compito di intellettuale rigoroso: senza mai alzare il tono per soverchiare il sussurro della “verità altra”. Solo i maestri di questo tipo, quando si raggiunge l’età matura, vengono ricercati e, davvero si può dire, le loro opere resuscitano il loro spirito. Qualcuno riuscirà a leggere nei “Tormentati” la manichea distinzione tra il bene e il male ? oppure la lode e il biasimo unidirezionali ? E ci potrà essere chi lo consideri un testo per vendicare la morte di tanti innocenti (perché in effetti, senza ombra di dubbio, si deve parlare di innocenti per la strage di Pietransieri) ?
Lo Scalzitti di quel libro e lo Scalzitti de “Il ‘43” non cercava la vendetta, né chiedeva riconoscimento di storico “organico”: altrimenti avrebbe scritto altre cose. Avrebbe attinto a sdolcinature retoriche, o avrebbe intinto la penna nei bassi sentimenti della rabbia e dell’invettiva, così cari al coro degli storici di regime. Angelo Maria Scalzitti cercava, con il suo percorso, di avvicinarsi alla saggezza e al difficile esercizio dell’equilibrio, cioè di quella tolleranza che, sotto-sotto, dispensava a noi giovani del suo “Circolo Letterario” senza tante cerimonie ed enfasi.
Del resto, un editore avrebbe intrapreso la monumentale pubblicazione de “La Città di Sulmona” se avesse cercato il successo, anche quello economico, a buon mercato ? Lo stesso Francesco Sardi de Letto, che quelle “Impressioni storiche e divagazioni” aveva scritto, in una intervista che mi concesse per “Il Tempo”, si disse meravigliato di tanto ardire, di un impegno così difficile. Ciò non impedì ad Angelo di avviarsi, con il metodo paziente e discreto delle dispense, a pubblicare cinque volumi che avrebbero dato lustro alla sua stessa città, perché probabilmente non hanno eguali in tutto l’Abruzzo e perché costituiscono il portato di tanti secoli di storia di Sulmona. Quello era giusto fare e quello egli intraprese. Non ne vide la fine, che fu suggellata, con altrettanto coraggio e fierezza, dalla sorella Marcella. Ma in un proposito così ardimentoso noi lo riconoscemmo come la persona che infiammava i nostri animi e che, appunto, ci spingeva verso le mete che affascinano i ventenni.
Forse gli scrittori scelgono il titolo del migliore dei loro libri attingendo dal subconscio; ed egli aveva parlato di “Tormentati”.
Erano appena trascorsi pochi mesi dal devastante annuncio di morte che assunsi la direzione di “Circolo Letterario” per consentire alla rivista di rispettare impegni editoriali e pubblicare gli ultimi due numeri. Fu il tributo che, lontano dal suo sepolcro, cercai di dare alla memoria di Angelo Maria Scalzitti con la concretezza e con l’appello alle risorse dello spirito che egli aveva insegnato ai suoi giovani. Un compito sostenuto a denti stretti, ma anche con la letizia che il suo sorriso, captato in una foto sul Gran Sasso in una gita insieme a Giulio e a Nicola, continuava a promanare.
Già: perché, dal fondo dell’anima di chi lo ricorda, Angelo invia impulsi di vita e di vitalità, di speranza di incontrare nel prossimo le risorse dispensate senza economia in quell’uomo scomparso molto presto, ma non così presto da non lasciare un segno profondo e un messaggio di fiducia nella vita.
V.C.
(pubblicato sul numero di febbraio 2007 de “La Gazzetta di Sulmona”)







