UNO STRANO INVITO DAL PALAZZO DEL GOVERNO

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NESSUNO E’ PREFETTO

25 MARZO 2010 – C’è nell’aria il terrore bianco nei riguardi di quello che può dire la gente. “L’atmosfera è tesa, meglio non esagerare”. Strano: dopo la seconda Guerra mondiale l’atmosfera era ben più drammatica, anzi era proprio tragica.

Eppure, nelle elezioni del 18 aprile 1948, nessuno si sognava di dire che su un certo problema non andavano fatte polemiche esagerate o strumentali. “La crisi ha esasperato molte persone, potrebbe essere rischioso per la democrazia tirare troppo la corda con gli attacchi ad personam”. Strano: dopo la crisi degli inizi degli Anni Sessanta, la cosiddetta “congiuntura”, oppure dopo gli anni di piombo dalla seconda metà dei Settanta alla fine degli Ottanta, nessuno si sognava, nelle tribune elettorali, di mettere in guardia dalle polemiche. Eppure non si dirà che quel periodo era privo di zolfo come quello che sta sui fiammiferi. E così potremmo seguitare se solo considerassimo gli anni bui che seguirono i vili attentati sui treni, le bombe in Piazza Fontana a Milano come in Piazza della Loggia a Brescia, o alla stazione di Bologna.

Erano quelli gli anni adatti alle polemiche, oppure, se si preferisce, anni nei quali le polemiche potevano aiutare il confronto politico ?

Di certo no. Tuttavia, nessuno si metteva in cattedra per dire che era auspicabile che dalla campagna elettorale si tenessero fuori le polemiche. Sarà che si aveva un altro concetto della campagna elettorale e della stessa lotta politica. E in effetti tutto quello che distingue una democrazia da una oligarchia o da una dittatura sta proprio in quello che si può affermare in un dibattito politico, anche con i toni accesi; addirittura con toni eccessivi e illeciti, perché chi non rispetta l’avversario o esalta comportamenti criminali viene sottoposto al giudizio degli elettori, prima che dei giudici. L’unica condizione è che gli elettori siano maturi. Negli Anni Quaranta e negli Anni Cinquanta gli elettori erano già maturi, sebbene il popolo fosse uscito da poco da una dittatura: non si vede come possano essere oggi meno maturi.

Per questo c’era da auspicare che in questa campagna elettorale, nella provincia dell’Aquila, si parlasse prima di tutto del terremoto e della eventuale ricostruzione: in termini anche accesi, perché, che lo si voglia o no, una impresa del genere dovrà riguardare intere generazioni e non è giusto che venga decisa nelle stanze rarefatte della burocrazia, magari al di fuori o contro gli interessi della gente o, peggio, considerando solo gli interessi di qualche categoria sociale o imprenditoriale rispetto ad altre. Insomma, è giusto che si esprimano coloro che debbono, in fin dei conti, pagare questa ricostruzione, sempre se si farà.

Destano stupore, a questo punto, le parole del prefetto dell’Aquila, Gabrielli, che ha affermato che bisogna “lasciare L’Aquila fuori dalle dispute elettorali”. E, detto per inciso, risulta quasi esilarante che un partito (cioè una formazione che dovrebbe tutelare il significato e anche le asprezze di una campagna elettorale) dichiara di “accogliere l’appello” del Prefetto: ma anche questo è accaduto, per bocca del segretario Michele Fina del PD.

Innanzitutto, è ancora da scoprire a quale titolo il Prefetto abbia parlato: se come persona che deve garantire l’ordine pubblico e, questo sì, ci sembrerebbe esagerato, visto che le pallidissime polemiche fino a quel momento ascoltate non potevano assurgere al livello di pericoli per l’ordine pubblico. Tanto più che proprio il Gabrielli premette: “Anche se questa parentesi elettorale si sta svolgendo con toni vivibili, c’è sempre il rischio che più ci avvicineremo alla fine e più il tono si alzi”. Vale a dire : il problema neanche si pone, ma è meglio parlare per dire che adesso non si pone.

Altra ipotesi è che il Prefetto abbia parlato come istituzionalmente co-interessato alla complessiva gestione della Protezione Civile e a questo punto il disco rosso dovrebbe essergli opposto per due ragioni: prima perché è opportuno ricordare che la Protezione Civile, per quanto organismo che ha bene operato nella emergenza, deve conservare il suo ruolo quando si parla di scelte di alta politica, come quelle che riguardano la ricostruzione di una città e, speriamo, delle altre aree sconvolte nella Provincia; in secondo luogo, perché seppure la Protezione Civile può esprimere delle opinioni, non è certamente il Prefetto dell’Aquila che deve farsene tramite.

Ma, sopra tutte queste considerazioni, ne vale una che non ammette repliche: in campagna elettorale nessuno deve permettersi di dire quello che bisogna trattare e come bisogna trattarlo. Semmai un monito può venire, in situazioni di gravissimo pericolo per la vita delle istituzioni, dal Capo dello Stato. Moltiplicare i moniti per gli oltre cento prefetti in Italia significa avere una considerazione così bassa degli elettori da doverli affidare a degli istitutori che oggi neanche più tra gli adolescenti hanno ascolto.

I giorni, le settimane e i mesi dell’emergenza possono aver esaltato la considerazione del proprio lavoro tra quelli che si sono trovati all’Aquila. Ma è giunto il momento di relativizzare tutto e di conservare il proprio ruolo. Stiamo parlando di elezioni, provinciali sì, ma non di una assemblea di condominio. Spegnere il dibattito e le stesse polemiche già vuol dire assumere una posizione. E invece cambiamenti, come vediamo in altro servizio, è giusto che vengano, soprattutto perché le decisioni in materia di terremoto sono piaciute ad una esegua minoranza della provincia dell’Aquila.

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