UN FISICO PER CAPIRE CHE RAZZA DI STORIA D’ITALIA E’ STATA DIVULGATA

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EUGENIO BENNATO PARLA E CANTA AI GIOVANI DEL LICEO SCIENTIFICO

21 FEBBRAIO 2020 – Aveva chiesto dei giovani di Sulmona, quando venne nel dicembre 2014 al convegno organizzato dal “Vaschione” con Corrado Ferlaino (“l’ingegnere”, come lo chiamava) e Francobaldo Chiocci sul Regno delle Due Sicilie.

E domani li incontrerà, nell’aula magna del Liceo Scientifico “Enrico Fermi”. L’apertura verso i giovani, per raccontare loro quale sia stata la guerra di annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna con capitale Torino, non è rimasta senza seguito e l’attenzione e la premura di Massimo Di Paolo, Dirigente del polo tecnico-scientifico di Sulmona, hanno permesso a Eugenio Bennato di parlare direttamente agli studenti, senza libri e senza paludate introduzioni di storici.

Il fisico Eugenio Bennato, al contrario dell’ingegnere cantato da Venditti (che aveva bruciato la sua laurea per vivere solo di parole in una radio privata), ha raccolto tutti i circuiti neuronali per capire e per spiegare come sia stato possibile che il terzo polo industriale del mondo, il secondo esercito d’Europa, cioè, appunto, il Regno delle Due Sicilie, abbia consentito che si narrasse la storia dei Mille che occupano il Sud d’Italia e vengono osannati ad ogni plebiscito per l’annessione che sui libri di testo per 150 anni è stata chiamata “unità” d’Italia, quando in effetti sono stati 130.000 i soldati che, dal 1862, scatenarono una guerra civile con centinaia di migliaia di morti fra la popolazione civile e con esempi di eroismo tra i “briganti” e le “brigantesse“. Bennato sarà riuscito a capire l’anomalia, forte delle sinapsi che un laureato in Fisica può aver esercitato; Pino Aprile, per esempio (l’autore di “Terroni” e poi di altre cinque libri su questa Storia anomala) non ci è ancora riuscito. Ed è in buona compagnia, perché Giordano Bruno Guerri, nel suo “Il Sangue del Sud” ha lasciato aperte molte ipotesi di interpretazione sul tradimento di generali borbonici non adeguatamente sanzionati da “Franceschiello”, nomignolo ingeneroso per un giovane che a 23 anni si trova su quel trono “ancora guaglion’” come canterà appunto Bennato in “Questione Meridionale”.

Bennato, tuttavia (che ha scritto anche un interessante volume per prendere posizione sulla “questione storica meridionale”, non incenserà neppure oggi la dinastia borbonica, perché nel suo repertorio ci sono canzoni con tanto di proclama: “Nun ce ne fotte d’o Re Burbone, la terra è ‘a nostra e nun sadda tucca’’”. Bennato spenderà le sue parole ancora una volta per gli ultimi, per coloro che, complice l’insegnamento del De Andrè (il “Fabrizio”che ricorre di nome e di contenuti in una sua canzone), hanno il diritto di essere lenti e di non partecipare alla grande gara nazionale delle apparenze e del salire lesti sul carro del vincitore, sotto qualunque egida si presenti. Che Bennato in età adulta (il 16 marzo compirà 72 anni, ma viene dalla tradizione della Nuova Compagnia di Canto Popolare) abbia voluto accostare la sua bravura di musicista ai contenuti dei 150 anni “in direzione ostinata e contraria”, cioè alla smitizzazione del 1861, può dipendere anche dal fatto che per tanti anni la vulgata dell’unità d’Italia è stata a tal punto mal raccontata che, alla fine, come per “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, è stato necessario rappacificarsi con il passato per guardare avanti.

E per guardare negli occhi i giovani, domani, nell’aula magna del Liceo Fermi, senza finzioni o conformismi, cioè concedendo ai giovani il gusto di cercarsela, la loro verità, prima di farsi una idea.

Nella foto del titolo una impiccagione di brigante, ripresa dai tre volumi de “Il Brigantaggio” edito nel 1997

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