Bennato: “Chi non capisce, censura”

347

Le lettere estorsive fatte recapitare dai briganti in Marsica per ottenere i riscatti (esposte durante un convegno a Pescasseroli)

TRA LE STROFE DELLE POESIE MALEDETTE E DEI CANTI DEI BRIGAN

6 DICEMBRE 2014 – La gente del Sud, purtroppo votata ad accorrere festosa verso il conquistatore, si rese conto dopo qualche anno di quello che avevano portato i Piemontesi:

un servizio di leva di sette anni continuativi, che fu più afflittivo delle stesse tasse delle quali tanto si parla nei libri di storia. Togliere alle famiglie uomini nel pieno delle forze per tutto quel tempo significava impoverire gli strati più deboli della popolazione. Da qui il fenomeno della vera e propria guerra civile, passata sotto il nome di “lotta al brigantaggio” con la legge Pica che non solo sospendeva tutte le garanzie costituzionali pur contenute nello Statuto albertino, ma addirittura dava mano libera per quelle che poi passarono alla storia per le violenze più atroci in Europa: bruciati interi paesi, come a Pontelandolfo, strupri seriali (le donne che graffiavano i bersaglieri mentre le violentavano ricevevano per risposta il taglio netto delle mani), saccheggi che facevano temere più l’esercito “regolare” piemontese che i veri briganti. E’ per questo che Eugenio Bennato, nel suo “Briganti se more” non tollera alcun tipo di censura, tanto meno quella dell’ultima strofa “la più delicata –  la definisce – quella decisiva che chiude il canto: ”Ommo se nasce brigante se more / ma fino all’ultimo avimmasparà. / E si murimmo menàte nu fuiore / e na bestemmia pe sta libertà”. Ebbene, il censore a questo punto interviene e sostituisce: “bestemmia” con “preghiera”. Risulta allora: “ E si murimmo menàte nu fiore / e na preghiera pe sta libertà”. Ora, a parte l’inconsistenza lessicale dell’espressione “menare una preghiera”, che è scorretta e non ha senso né in italiano né in qualsiasi altro dialetto, da un punto di vista emotivo e poetico quell’immagine proposta dalla censura toglie al finale di un fiero canto di battaglia tutta la sua forza: il brigante in assetto di guerra diventa un pastorello rassegnato, un timido prete di campagna che invita i suoi seguaci, nel malaugurato caso  venisse ucciso, alla moderazione e all’astensione da ogni sentimento di rivendicazione e di vendetta. Come dire: “Se muoio, non arrabbiatevi, ma mettetevi a pregare”.

“L’originale – continua il cantautore napoletano –  è invece sonante ed efficace proprio per l’uso del termine “bestemmia”, che in questo caso è la traduzione dialettale di “maledizione”, e che quindi non ha niente di blasfemo perché è lanciata non contro una divinità o un santo ma contro “sta libertà” (l’aggettivo dimostrativo è utilizzato per riferirsi sarcasticamente a questa libertà che ci sbandierano e ci impongono i vincitori) E la musicalità schioppettante delle due “st” ravvicinate è indispensabile per dare forza al finale di questo inno di battaglia. E’ in ogni caso evidente che la censura sul mio canto cancella le due espressioni più forti di Brigante se more, che sono appunto “nun ce ne fotte” e “bestemmia”, che evidentemente danno fastidio ai benpensanti, offendono orecchie caste e creano imbarazzo se pronunciate nelle recite parrocchiali o nei moralistici salotti dei nostalgici. Ma per quelli che lottano, e che si identificano con le anime dei briganti che combatterono davvero, quelle due espressioni sono insostituibili. E vi prego di non toccare le immagini che mi sono care, di non toccare il debito poetico e umano che ho con gli artisti maledetti che mi hanno affascinato; di non toccare la mia libertà, e di prendervi quei versi e quelle parole così come io le ho scritte. Nessun brigante storico le ha mai pronunciate, nessun viandante dell’Ottocento o di gran parte del Novecento le ha mai ascoltate, ma io certo le ho rubate a qualche istante o a qualche lampo della mia vita e le ho nascoste nella mia anima”.

Forse le avranno pronunciate quelli che dovevano partire per sette anni e combattere non per il “Re Burbone”, ma addirittura per il sabaudo.

E.BENNATO Ninco Nanco deve morire – Viaggio nella storia e nella musica del Sud” – Rubbettino, 2013, pagg. 1-203, euro 12,00.