VEDE LA LUCE L’ULTIMO VOLUME CHE RECA IN COPERTINA LO STRISCIONE DEL TRIBUNALE
19 FEBBRAIO 2022 – La storia si fa cronaca e l’epoca delle iscrizioni su pietra o su metallo resistente al tempo si congiunge alla narrazione quotidiana del divenire minuto. Così, l’ultimo volume, della monumentale storia delle scritte nella città medievale e in quella moderna e contemporanea, ospita la fotografia dello striscione che gli avvocati hanno fatto affiggere all’ingresso del palazzo di giustizia per gridare al mondo che “Il tribunale di Sulmona non deve morire”, come si sarebbe potuto scrivere che la città vuole vivere o che “E’ l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”.
Su tutto hanno investigato Ezio Mattiocco, Franco Cavallone e Francesco Falocco e ora l’opera, giunta alla contemporaneità, è completa. Ma non è finita. Infatti, raccoglie quello che Sulmona ha detto per secoli, ma apre il campo ad altre indagini, come afferma l’avv. Fabrizio Marinelli, del foro accorpante dell’Aquila, nella sua veste di presidente della Deputazione di Storia patria.
Nel moto perpetuo della Storia, che è anche la sofferenza e l’estasi degli storici, si possono rileggere le iscrizione di questi quattro volumi, per complessive 2000 pagine circa, nelle mille accezioni che i loro autori hanno voluto imprimere: dal riportare semplicemente i nomi dei nemici giurati della prima guerra mondiale, i soldati dell’impero austro-ungarico che morirono di Spagnola al campo di concentramento di Fonte d’Amore al proclama del poeta che afferma come “insano nemo in amore videt” (Properzio; grazie alla traduzione degli autori “Nessuno che sia preso da insano amore vede” l’accesso è garantito anche a Fabbricacultura, che pure sulla questione del tribunale ha recitato un ruolo). La lista dei soldati giunti fino alla terra dei peligni dalle anse del Danubio o dalle Alpi per morire senza gloria e senza armi è il segno più alto di civiltà che una terra straniera può rendere all’essenza umana recata da ogni persona, in divisa, in toga o in grembiule. La citazione a Sulmona di un autore latino diverso da Ovidio è dimostrazione di cosmopolitismo. Perciò può essere una parte della Storia. Beninteso: la città è figlia del suo poeta e come ogni figlio talvolta si distrae dalla relazione. Così il busto del Vate con la sua iscrizione più celebrata “Sulmo Mihi Patria Est” giaceva tra i muri del decrepito Liceo abbandonato dalla Provincia e dal Comune per tredici anni dopo il terremoto: e la pag. 117 di questo ultimo volume lo riprende e lo cataloga.
Tanto per immergersi ancora di più nella cronaca, la rassegna ospita una lettera su carta intestata dell’avv. Lando Sciuba a Giuseppe Capograssi, affissa ormai da vari anni all’atrio del tribunale e indirizzata al giurista sulmonese; ma non contiene la risposta di Capograssi dall’Aldilà, che è stata consegnata alla Rete. L’oceano di iscrizioni in internet sarà forse uno dei campi di nuova indagine ai quali accenna il presidente della Deputazione. Avranno un compito più vasto gli storici del XXII secolo quando esamineranno il materiale immenso dei sussulti di vita che sembrano consegnati all’eternità e dureranno probabilmente lo spazio di un mattino. Come ogni iscrizione, che non dipende dalla materia sulla quale è scolpita, ma dal messaggio che sa tramandare.






