RACCONTI DOMENICALI – IL BURBERO BENEFICO DAL FRAGILE SISTEMA NERVOSO

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AMBIENTAZIONI NON PIU’ POSSIBILI IN PIAZZA XX SETTEMBRE – UN ULTRANOVANTENNE CHE CHIEDEVA OGNI CINQUE MINUTI SE AVESSE APERTO LA POSTA PER RITIRARE LA PENSIONEI PARALLELI TRA LA SINISTRA DI ALLORA E QUELLA DI OGGI – E TRA I TITOLI DEI GIORNALI

13 LUGLIO 2025 – Nelle assolate domeniche estive di un quarto di secolo fa, un gruppo di irriducibili frequentatori del “Gran Caffè” non si faceva lusingare dalle spiagge affollate e si godeva la quiete di Piazza XX Settembre anche con il caldo temperato dall’ombra dell’ex convento dei Gesuiti. Tra questi il prof. Carlo Autiero, fragoroso protagonista dei consigli comunali di qualche tempo prima e rassegnato osservatore del piccolo decadimento del centro urbano, passato a miglior vita prima che il decadimento raggiungesse l’apice cui l’hanno ridotto gli ultimi sindaci. Per niente turbato dal fatto che Ovidio gli dava le spalle, leggeva qualche quotidiano, ma senza sopprimere del tutto l’estasi che il rado passeggio del Corso donava ancora a chi lo sapeva osservare e sapeva squadrare i personaggi, come cento anni prima, negli scatti dei primi fotografi impressionati per lo più dal transito del voluminoso tram. Autiero non si riconosceva nei “signori” che frequentavano il Gran Caffè di quei tempi ormai lontani, quando le prime ansie di socialismo e anarchia solcavano la piccola società sulmonese; lui si sarebbe schierato dalla parte di Carlo Tresca e, se glielo avessero chiesto prima, di Panfilo Serafini, contro la Corona e contro il Capitale.

Almeno, in quelle domeniche di fine millennio aveva la gioia di riconoscersi ancora nelle frange comuniste del PDS, raccolte nel simbolo rimpicciolito alle radici della grande quercia. Era stata chiassosa la sua presenza in consiglio comunale perché non faceva mai cadere le occasioni per riprendere lo squadrone democristiano (15 consiglieri su trenta quando lui visse l’ultima esperienza) appesantito dai molti interessi che andavano soddisfatti per ripresentarsi alle elezioni con speranze di consensi (nella foto una riunione nella stanza del sindaco Antonio Trotta: il primo a sinistra è il prof. Giuseppe Evangelista e, all’altro fianco del sindaco, c’è Carlo Autiero mentre espone il suo parere).

Succedeva che in quelle domeniche si avvertisse di più il tormento dato da un pover’uomo in evidente progressione arteriosclerotica: vagava nei tavolini del caffè che fu gestito con impeccabile eleganza da Romolo. E ogni tanto chiedeva se fosse aperta la Posta per ritirare la pensione. Lo chiedeva anche interrompendo i discorsi di Autiero sul decadimento del centro storico e il rafforzamento del Centro politico, vera manna per gli speculatori in edilizia che impallidirebbero davanti alle pretese e alle dotazioni degli speculatori di adesso. Aveva più di novant’anni quel pensionato in attesa perenne dell’apertura dello sportello. Non voleva essere noioso: solo che dimenticava di averlo chiesto dieci minuti prima ad un tavolino e, magari, mezz’ora prima allo stesso tavolino dove era seduto Carlo Autiero. Sulle prime l’anziano comunista lo chiamava affabilmente per nome; ma già alla seconda o terza volta gli chiedeva di andarsene, senza appellativi. Giunto alla quinta o sesta volta, sbottava: “Ma se qualcuno prende l’accompagno per quest’uomo, perché non se lo tiene a casa?”. E già c’era tutto Stalin in questo trattamento; però, pur sempre un “baffone” addolcito dall’atmosfera italica, quindi senza gli estremi rimedi del gulag.

Non era sbottato così, Autiero, neppure quando in consiglio comunale un consigliere del Movimento Sociale gli aveva ricordato che s’era presentato per la lista “Garibaldi” subito dopo la guerra (nella foto tracce della campagna elettorale di allora, ancora visibili oggi in Largo Palizze: “Vota Garibaldi”). Beh? tutto normale: in realtà Garibaldi univa la Sinistra. Sì, ma il programma di quel raggruppamento aveva fatto venire l’acquolina in bocca al post-fascista: “Fedeltà assoluta al grande popolo degli Stati Uniti”, quello che aveva “liberato” l’Italia facendo strage di civili con massicci e barbari bombardamenti e che era passato nel mirino del PCI qualche anno prima che si trasformasse in PDS, quando Autiero proponeva ordini del giorno in consiglio comunale contro le barbarie degli Yankee in Vietnam, con il napalm e anche con peggio. Quella volta l’inossidabile comunista ebbe un attimo di imbarazzo, perché davvero la lista Garibaldi era filo-atlantica quasi come adesso Giorgia Meloni (e anche qui, nihil novum sub sole se si guarda al PD). Una rinascita democratica dopo la dittatura, sotto la guida degli USA e contro l’Unione Sovietica era quanto di meno potesse gradire un on. Peppone, anche se Autiero era ben lontano dal parlamento e certamente più colto e distinto del Gino Cervi della lunga serie al cinema dedicata a Giovannino Guareschi.

Nessun imbarazzo aveva avuto quando, ancora da comunista della migliore ortodossia, accolse in una conferenza stampa un rappresentante che avevamo mandato in Comune per “Radio Giorgio Farina” nel 1976, all’alba delle emittenti libere: “Tutte ‘ste cazz’ di radio…” borbottò, quando c’era ancora la Pravda, che vuol dire “la verità” (cambiano i tempi e le barricate, ma non i nomi dei giornali) e che quindi rendeva inutili tutte le altre testate.

E aveva borbottato pure quando aveva saputo che in una serata il PCI aveva dato a Lucio Dalla quello che guadagnava in un mese un professore.

Burbero benefico era il facondo Carlo Autiero, che nel 2001 il Presidente della Repubblica in carne e ossa, Ciampi, volle a pranzo accanto a lui quando venne a Sulmona, ricordando dei tempi nei quali fu da lui accompagnato sul “Sentiero della Libertà” per raggiungere le truppe degli Alleati oltre la Majella. Non approfittò neanche quella volta dell’amicizia preziosa; neppure per sollecitare l’apertura degli uffici postali alla domenica per far riscuotere le pensioni agli ultranovantenni svaniti.

Nella foto del titolo Piazza XX Settembre stamane, quando sembra di sentire ancora, nel deserto, le voci dei protagonisti del “Gran Caffè” di un quarto di secolo fa.

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