DA AVEZZANO LA STOCCATA AL CIALENTE SAPUTONE

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UN’ALA PER I TRIBUNALI DA ACCORPARE, L’UNICA RISPOSTA CHE VIENE DAL CAPOLUOGO 

26 OTTOBRE 2014 – Di una fiera reazione a quello che dice il sindaco dell’Aquila Cialente è autore il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avezzano, proprio sulla ipotesi di accogliere i tribunali di Sulmona e di Avezzano in un’ala del palazzo di giustizia aquilano.  Un breve riassunto della puntata precedente: Cialente mette nero su bianco e, raccontando di aver partecipato ad una “decisiva riunione con il “comitato di manutenzione” degli uffici giudiziari, nella quale si è discusso anche della necessità di realizzare la nuova ala da destinare all’accoglienza dei tribunali di Avezzano e Sulmona per il cui trasferimento il Parlamento ha fissato settembre 2018”, il primo cittadino dell’Aquila afferma che “sia il Comune che il Provveditorato alle opere pubbliche potrebbero rapidamente procedere a realizzare un corpo aggiunto necessario ad ospitare questi uffici e che i tempi di realizzazione potrebbero coincidere con la fine dei lavori di ristrutturazione del tribunale per la fine del 2016″. Fin qui la cronaca di 48 ore fa.

“Ma Cialente è privo di competenza sui tribunali”

Prontamente interviene l’avv. Sandro Rainaldi, presidente dell’Ordine di Avezzano, che a Cialente non le manda a dire e chiarisce che egli “è privo di qualsiasi competenza in materia di geografia giudiziaria” e che “Non si capisce bene perché si preoccupi di accelerare e favorire la chiusura degli uffici giudiziari marsicani e peligni e il trasferimento degli stessi all’Aquila, quando la loro sorte è ancora da decidere. Non spetta al sindaco dell’Aquila dire che la data del previsto accorpamento dei tribunali è inderogabile: anzi ci aspetteremmo che il sindaco dell’Aquila fosse solidale con le città di Avezzano e Sulmona e si battesse per evitare tale chiusura. Cialente si preoccupi di spendere i fondi disponibili per la ricostruzione del tribunale dell’Aquila e degli altri edifici, pubblici e privati, del capoluogo  e lasci stare il tribunale di Avezzano, che sta bene dove è ora, che è perfettamente funzionante grazie all’opera degli avvocati, magistrati e persone di cancelleria”. Rainaldi, poi, riprendere una osservazione che già è stata sviluppata su questo sito nel gennaio 2013: “Sarebbe comunque deprecabile, nell’ipotesi denegata in cui si arrivasse alla chiusura dei tribunali di Avezzano e Sulmona, confinare gli avvocati marsicani e peligni in “ale separate”, in “corpi aggiunti” degli uffici giudiziari, ponendo in essere anche una palese disparità di trattamento” (v. “Direzione dello stagno costruiremo il nostro bagno-Ardite progettazioni di Cialente sul Palazzo di Giustizia” ).

L’ufficiale giudiziario uno e trino

Prendiamo le mosse da questa ultima osservazione per spiegare quale sia l’atteggiamento della città dell’Aquila in tema di accorpamento dei tribunali di Avezzano e Sulmona. E’ l’atteggiamento di chi si vede arrivare una dote e non sa come sistemarla perché è privo di progettualità, ma non vuole privarsi della rendita che ne viene. Quindi, accantona, tesaurizza e fa una specie di manomorta come gli enti ecclesiastici nella storia. Che poi quei tribunali funzionino oppure no, è l’ultimo pensiero che sfiora gli Aquilani. Non hanno mai avuto cura delle esigenze degli utenti, come è dimostrato dalle vicende della Casa dello Studente, che fu rivestita da tale nome da deposito di medicinali; che era sismicamente inadeguata, ma fu toccata con la bacchetta magica che l’Opera universitaria usò nel 1980  per una mera finalità speculativa (v. requisitoria del PM nel processo per i crolli alla Casa dello Studente, febbraio 2013). Il riisultato fu che una decina di ragazzi morì sotto il terremoto perché L’Aquila non voleva cedere lo scettro di città universitaria a Pescara o a Chieti.

E c’è dell’altro. All’indomani del terremoto la soluzione migliore per la Corte d’Appello dell’Aquila era il trasferimento in ventiquattr’ore nel Palazzo di Giustizia di Pescara, dove era ed è libero un intero piano (è il secondo palazzo di giustizia più grande d’Italia dopo quello di Torino). Ma la soluzione imposta dagli Aquilani è stata quella di Bazzano, dove non si riusciva neppure a tenere udienze dignitose. L’altra soluzione, che avrebbe consentito agli Aquilani di non farsi prendere dalle angosce (peraltro non infondate se la giustizia fosse al servizio del cittadino) del definitivo trasferimento a Pescara, la suggerimmo al sindaco dell’epoca a Sulmona, Fabio Federico: l’Abbazia Celestiniana, che sta fuori della città e abbastanza vicino al casello autostradale. La risposta fu tra quelle più deludenti dell’epoca federiciana: non dobbiamo apparire sciacalli. Insomma, la funzionalità e il vero servizio ai cittadini  sono stati sempre l’ultima istanza da considerare.

La tiritera dell’emergenza

Ora la riprova viene da questa umoristica affermazione di Cialente, secondo il quale gli uffici di Avezzano e Sulmona potrebbero trovare posto in un’ala… dell’Aquila. Certamente Cialente è confuso dai mille problemi che si impone pervicacemente di non risolvere perché succube dei meccanismi del consenso aquilano e della ingombrante (quanto inutile) presenza di personaggi del PD che hanno tutte le caratteristiche di personaggi della DC per la tutela della municipalità aquilana: Lolli, che addirittura non votò una fiducia al governo perché la legge non era sufficientemente utile all’Aquila (v. : “Di fronte a L’Aquila tutto passa in secondo piano“); Pezzopane, che allestisce continue macchine da guerra per asfaltare i nemici (v. “Premiata ditta Pezzopane conglomerati bituminosi nella stessa sezione). Cialente deve aver perso lucidità se pensa che l’aula delle udienze penali di Sulmona possa essere collocata in un’ala diversa da quella delle udienze penali di L’Aquila; che la cancelleria delle esecuzioni di Avezzano possa stare nella palazzina di fronte a quella della cancelleria delle esecuzioni dell’Aquila; che l’ufficiale giudiziario di Sulmona possa collaborare con quello di Avezzano, ma raccordarsi per fax o per e-mail con quello di L’Aquila che sta a cinquanta o cento metri e avrebbe registri diversi e uno stradario da consultare diversamente.

Queste affermazioni denotano lo spregio che a L’Aquila si ha per le istituzioni e per il funzionamento dei servizi, con la scusa, ormai destinata a durare cinquant’anni o forse più, della emergenza. L’emergenza continuamente rappresentata è l’unica risorsa sulla quale può tentare di sopravvivere un capoluogo di regione a 700 metri di altitudine nell’era delle ferrovie e degli aeroporti, dei porti e delle autostrade, e non nell’era delle balestre e delle armature. Del resto non si capisce perchè, dopo quasi sei anni dal terremoto, la città non abbia ancora un nuovo piano regolatore sul quale ricostruire.

Ora parli pure Tedeschi

Siamo ammirati della risposta dell’avv. Sandro Ranaldi e speriamo che giunga altrettanto veloce quella dell’avv. Gabriele Tedeschi di Sulmona. Speriamo, anzi, che con la mordace vivacità che ci si aspetta dalla sua essenza pratolana, vorrà anche aggiungere che quello di Cialente è l’atto di guerra, l’offesa alla logica e al buon senso che Sulmona ed Avezzano, ma ormai anche Pescara e Chieti, attendevano per sferrare l’ultima battaglia utile all’Abruzzo: quella di trasferire la Corte d’Appello dell’Aquila a Roma (v. “La Corte d’Appello non serve il territorio. Andiamo a Roma” e “Per la Corte d’Appello si raccolgono i frutti della testardaggine” nella sezione GIUSTIZIA di questo sito). E di farlo subito, prima che per legge venga trasferita ad Ancona. Solo così si eviterà lo scempio delle emergenze che servono soltanto per aggiustare meglio gli interessi campanilistici dell’Aquila. Combattere per la conservazione dei tribunali di Avezzano e Sulmona può essere una giusta battaglia se si combatte insieme a quella di un vero, razionale progetto di revisione della geografia giudiziaria abruzzese. Ad incominciare dal vertice, s’intende.