D’Alfonso si gioca il riequilibrio del territorio

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E RINUNCIA AD APPORTI PRESTIGIOSI PER LA SUA GIUNTA

23 GIUGNO 2014 – Tra una affabulazione ed un’altra, Luciano D’Alfonso ha varato la sua prima giunta regionale. Poteva scegliere un assessore esterno come ha fatto il presidente della Regione Sicilia andando a scovare dal suo isolamento Franco Battiato.

Poteva scegliere Vittorio Sgarbi, che all’Abruzzo ha riservato molto del suo interesse e della sua conoscenza. Poteva chiamare persone di primo piano. E, invece, come abbiamo visto (“D’Alfonso fornisce le stampelle a Lolli”; “Lolli vice-presidente, ovvero come ti ripesco il campanilista” nella sezione POLITICA di questo sito), ha aggregato da “esterno” alla giunta Giovanni Lolli, del quale non si ha notizia alcuna di una iniziativa, di una idea che abbia dato una spinta all’Abruzzo. Giovanni Lolli  ha cercato di portare avanti sempre le esigenze dell’Aquila e se ne è fatto un vanto. Fino a quando sgorgherà acqua dal Vaschione (cioè ancora per un po’ di anni) diremo che già solo per questo la giunta D’Alfonso deve tornare a casa, essendo per una parte composta da persone grigie e, per altra parte, addirittura con la presenza del vice-presidente,  restando caratterizzata da un campanilismo osceno per la Regione, squilibrante, ossessivo, antico.

L’inchino al campanilismo per riscuotere voti

D’Alfonso imita il vecchio procedere della politica, che per assicurarsi i voti (in questo caso dell’Aquila) è disposta a collocare nei posti-chiave persone che hanno nel programma il contrasto aperto e viscerale dell’interesse regionale se questo non asseconda quello del proprio campanile. D’Alfonso, nel rimanere sordo a tutte le critiche che gli sono venute (anche da Teramo, che si è sentita esclusa, e lo è, dall’asse L’Aquila-Pescara), ha dimostrato di avere una corazza che lo rende impermeabile alle critiche e alla stessa analisi circa le premesse e i risultati; cioè ha manifestato una disaffezione ai temi e al metodo democratico che ha pochi precedenti in Abruzzo. Data questa premessa, il risultato sarà uno squilibrio ancora più marcato tra L’Aquila e il territorio. Sotto il condizionamento delle esigenze della ricostruzione, il capoluogo ha sottratto tutto al proprio territorio: sia a quello della provincia (con l’esclusione dal “cratere” di una città importante e disastrata dal terremoto come Sulmona), sia a quello della regione, con i tentativi perfettamente riusciti di ricollocare nell’angolo a nord ovest uffici e strutture che dovrebbero essere collocati in posizioni centrali e funzionali, compresa l’università che dovrebbe avvicinarsi agli studenti, o addirittura di inaugurarvi strutture che mai potranno svolgere un ruolo, come l’”aeroporto internazionale” di Preturo. 

Tanti proclami per nascondere i condizionamenti

Il segnale che il nuovo presidente ha dato finora è quello di un politico che proclama tante cose proprio perché non ha il pieno controllo della situazione: sul palco del suo comizio di celebrazione della vittoria, la sera dei risultati, sono saliti Lolli e il sindaco dell’Aquila Cialente più come guardiani e verificatori che come collaboratori del presidente appena eletto. L’Abruzzo tornerà al suo equilibrio se si scuoterà di dosso il condizionamento che dal capoluogo si infligge ad ogni governo, quasi che la regione intera debba farsi perdonare il terremoto che ha colpito L’Aquila.

Purtroppo il nuovo presidente, che ha dovuto stipulare patti precisi per ottenere oltre il 50% dei voti della città dell’Aquila, non è in grado di fronteggiare questa marea, recante una carica altamente distruttiva come tutte le istanze fortemente campanilistiche. E troverà crescenti difficoltà a sostenerne l’impatto, viste le premesse che lui stesso ha voluto assecondare. Quando si diraderà la nebbia delle tante parole delle quali infarcisce i primi discorsi, il quadro forse gli apparirà nella sua crudezza. Ma speriamo che se ne sarà andato prima, perché potremmo essere tutti noi abruzzesi a pagare i danni di questo scandaloso squilibrio.