IN PROVINCIA, DOVE IL BAROCCO E IL TRITOLO ARRIVANO IN RITARDO

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CARRELLATA DEGLI ANNI SETTANTA E CONFERENZA DI UN INVIATO SPECIALE

6 DICEMBRE 2013 – Aveva molto del surreale la galleria di vecchissimi giornali (sembravano provenire da un’alba antica per i contenuti e per l’ingiallimento delle pagine; nella foto i pannelli con i giornali e in primo piano il mar. Giovanni Lasco e il mar. Vincenzo Contestabile) allestita ieri sera al “wine-pub” Bono davanti San Francesco.

E’ stato tentato un accostamento delle vite parallele della Italia e della sua Provincia negli anni Settanta, quando mai si poteva prevedere che la prima Repubblica sarebbe crollata per la corruzione e tutti prevedevano che sarebbe esplosa con le bombe ai tralicci dell’alta tensione o sui treni.

C’era innanzitutto un protagonista di quegli articoli, quello che si andava consolidando come l’inviato speciale di punta del “Tempo”: Francobaldo Chiocci, chiamato a parlare ai giornalisti di Sulmona sul tema, sovversivo, se esista ancora l’inviato speciale. Chiocci ha vinto un primo attimo di sorpresa quando ha notato che nei pannelli della mostra improvvisata (da replicarsi quasi certamente nei giorni di festa imminenti e con il titolo “Settanta mi dà tanto” per sottolineare l’importanza di quel decennio nella storia di Sulmona) svettava un giornale con il titolo a nove colonne (erano lenzuoli i quotidiani di allora) e, soprattutto, di corpo “dieci”, cioè alto dieci centimetri, una rarità per un giornale del mattino, per raccontare lo shock dell’inizio del terrorismo praticato direttamente dai protagonisti e non dai mandanti. Era il 20 marzo del 1972 e Giangiacomo Feltrinelli da poche ore era morto a Segrate, con la carica di tritolo che sembra stesse proprio lui collocando. Sosteneva quel peso tremendo del piombo a nove colonne un articolo del Francobaldo che “L’Espresso” definì vent’anni fa un capofila del giornalismo di destra: occupava quasi tutta la prima pagina e “girava” a pag. 14 occupandone un altro quarto.

il timbro delle foto stampate nel laboratorio della redazione

Tempo due anni e, come gli influssi del barocco, la “novità” giunge in provincia, con un carico di dinamite rinvenuto tra Roccaraso e Pietransieri, vicino ad un ripetitore Rai; nessuna esplosione e, quindi, “solo” sette colonne su nove nel “Tempo d’Abruzzo”: “Un pazzesco piano terroristico sventato dai CC nell’Aquilano”. Collocato sullo stesso pannello, per la sagacia consumata dell’organizzatore di mostre Vincenzo Accardo.

A un soffio da una previsione difficile

Sembra ieri, ma sono passati quaranta anni. Francobaldo Chiocci ha visto e raccontato di tutto; poche altre volte ha impegnato un titolo “dieci” e, se avesse assecondato i suoi “fans” che lo incitavano a non abbandonare il mestiere per il quale è nato, avrebbe potuto interpretare le dimissioni annunciate di un Papa a Sulmona. Ci è arrivato vicino, quando ha scritto, per Il Vaschione, un articolo sulla visita di Benedetto XVI nella stessa città dove Celestino V aveva celebrato l’ultima messa prima di diventare Papa e dove Ratzinger ha cercato, nel luglio 2010, di far capire al mondo che avrebbe fatto come l’eremita del Morrone.

Acidi fotografici e carte sensibili di allora

Pubblico composito per la narrazione delle ultime luminarie di una nicchia della professione giornalistica che ancora attira molti giovani: l’inviato speciale, un Olimpo al quale Chiocci ha dedicato un libro (“C’era una volta l’inviato speciale”) di prossima pubblicazione. C’erano giornalisti della carta stampata e dei siti online, due sottufficiali dei Carabinieri che delle “effervescenze” dell’ordine pubblico ai primi anni Settanta furono testimoni e anche adeguati avversari; giovani non più giovani che dopo l’esplosione di Segrate e prima della dinamite di Roccaraso presero la licenza liceale.

Un timer per altri usi

A riportare la concretezza del “Tempo” che passa e lascia i suoi residuati, c’era anche la riproposizione di un laboratorio fotografico di quell’epoca, con le vaschette per gli acidi, gli acidi stessi, le tonalità della carta “Ilford” da 2 a 4 (per evitare che uscissero i “grigioni” come li chiamava Nicola Di Bonito), la bobinatrice per usare la pellicola a metri e risparmiare, la tank e, sì, anche, un… timer, ma per misurare l’esposizione dell’ingranditore Durst, non per un traliccio (nella seconda foto le bottiglie di acido di sviluppo e di fissaggio, le carte fotografiche, le macchine Minolta e  Yashica e, nel mobile, le vaschette per i bagni).

Nella foto accanto al titolo i marescialli dei Carabinieri, ora in congedo: Giovanni Lasco e Vincenzo Contestabile mentre osservano la mostra di articoli pubblicati su “Il Tempo”

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