L’ABRUZZO E SULMONA VISTI DALLA LINOTYPE

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La redazione de “Il Tempo” di Sulmona nel 1989

A COLLOQUIO CON DUE GIORNALISTI DEL “TEMPO” PER COMPRENDERE UNA CITTA’ E UNA REGIONE

4 OTTOBRE 2017 – Paolo Brunori è stato pochissimo in Abruzzo; quattro o cinque volte a Sulmona e la prima nel 1947 a giocare una partita amichevole di calcio, lui attaccante in serie B, allo stadio “vicino alla cattedrale”, contro il Teramo. Ma il conte Paolo Brunori, classe 1932, conosce vita, morte e (pochissimi) miracoli di tutti i politici abruzzesi. E di tutti i politici sulmonesi.

Ricorda i regesti abruzzesi fino al 1987, perché poi, da uomo libero, non sopportò una cavezza troppo stretta che i nuovi padroni del “Tempo” volevano imporre ai giornalisti e passò a fare giornali di provincia altrove: sempre, rigorosamente, quotidiani che contemplassero il rapporto diretto tra i lettori e i loro politici, tra operai e impiegati da un lato e loro datori di lavoro.

Ora, che ha il distacco che è un dono saporito della terza età, può aggiungere il suo sguardo filosofico sugli abruzzesi alla filosofica concezione per la vita che ha avuto sempre. E’ il più equidistante arbitro delle vicende abruzzesi e sulmonesi perché per trent’anni ha “fatto le pagine” delle province del “Tempo” di Renato Angiolillo e di Gianni Letta. Sulmona e l’Abruzzo erano una pulce nell’organismo imponente che Angiolillo allestì per raggiungere tutto il meridione d’Italia: partivano le edizioni per la Calabria alle 11 di sera dal piombo della tipografia scavata sotto palazzo Wedekind in Piazza Colonna; per la Sicilia più tardi, perché andavano in aereo; tra le une e le altre, quelle per la Puglia, il Molise, la Campania, l’Abruzzo. In tutto 22 pagine di cronaca provinciale che si abbinavano, secondo la zona di destinazione, alle 14/18 pagine della cronaca nazionale.

Una congiunzione siderale

Lo abbiamo messo accanto a Francobaldo Chiocci, che ebbe il battesimo, di rito per chi al “Tempo” faceva la gavetta,  nelle pagine delle Province e che è stato anch’egli due o tre volte a Sulmona (compreso il periodo dello “Jam’ mo’”), prima di venirci ogni mese a disegnare le pagine del Vaschione e a improntare i titoli, perché la sua terza età ha voluto dedicarla ad un giornale velleitario e pieno di grinta, paragonabile solo al “Tempo” di Angiolillo. E ovviamente una cosa sono le aspirazioni ed altra sono le possibilità e le disponibilità materiali; ma il giornalismo è lo stesso.

Sono tutti e due “Tempisti” convinti; hanno dato il meglio dei loro contatti umani per la bandiera sotto la quale combattevano. Brunori molto propenso ad accogliere le ragioni di un socialismo illuministico; Chiocci latore di istanze di una Destra prima di tutto ideologica (“il caposcuola del giornalismo di Destra” fu definito dall’”Espresso).

Il conte Paolo Brunori guarda con un po’ di stupore e di paterna partecipazione le sfumature di bianco sui capelli dell’intervistatore che vide entrare quando aveva sedici anni nella tipografia di Piazza Colonna; Francobaldo Chiocci ha più presente l’esperienza da giornalismo di impegno civico di chi lo intervista adesso.

Sono tutti e due nel loro ambiente più vissuto, a due passi da Piazza Colonna e vicino al Tevere; non cedono un attimo al soffio di nostalgia tipico dei coetanei, neanche pensano a ravvivare i ricordi di una vita da giornalista che, è risaputo, per i ritmi che richiede vale per tre vite. Solo Francobaldo ha intenzione di andare a votare domani per il rinnovo delle cariche all’Ordine dei Giornalisti; “Ancora a queste cose stai pensando?” chiede Paolo Brunori, che vorrebbe avere tempo ed energie per “pensare al futuro”. “Quello che mi interessa è soltanto cosa succederà tra dieci o trenta anni; certo vorrei esserci, ma adesso mi interrogo su quale direzione seguiremo di qui al futuro e su come vivremo. Quello che ho vissuto già lo so”.

Come non ricordarsi della frase che pronunciò in presenza di tutti i giornalisti del “Tempo” che alla vigilia della pubblicazione del “Centro”, nel giugno 1986, erano stati convocati dal direttore Gianni Letta nel “polo di stampa” lungo la Via Tiburtina, all’interserzione con il Raccordo anulare, per preparare le strategie di risposta ad un giornale fatto di giornalisti senza esperienza? Brunori fu essenziale, come sempre nel suo stile: “L’esperienza non ci servirà molto; l’esperienza serve solo a farti sapere che dopo quel ponte c’è una curva. Ma ci vogliono idee per vivere davvero”. Invece “Il Tempo d’Abruzzo”, fatto per lo più di corrispondenti anziani e stanchi, non ebbe idee e si affidò all’esperienza, alle solite relazioni per avere notizie, agli stessi lettori, agli stessi referenti politici. E adesso nelle edicole non c’è più.

La città ideale di Rosseau

Ma dopo questa divagazione per tratteggiare gli interlocutori della conviviale vicino al Tevere, chiedo a Brunori se città come Sulmona avranno un avvenire, vista la crisi: gli racconto, ma sempre volando alto per non annoiarlo, dell’austostrada che sarà deviata a Bussi per finire a Collarmele dopo sette gallerie, delle quali una più lunga di quella del Gran Sasso; della ferrovia che da Pescara per raggiungere L’Aquila “salterà Sulmona”; dell’ occupazione, dell’approssimazione degli amministratori.

BRUNORI : “Le città ideali sono quelle di medio-piccola grandezza. In queste l’uomo ha il controllo dell’interlocutore, del professionista, degli amici dei figli. Nelle grandi città ci rimettiamo ad una perenne delega, che vuol dire, sostanzialmente, rinuncia alla partecipazione. A parte l’esempio di Roma, che è diventata invivibile e che stanca i suoi abitanti, li rende rinunciatari, anche città meno avvolte dai disastri quotidiani di qui non consentono di vivere secondo le esigenze dell’uomo. In futuro proprio queste esigenze si sentiranno di più e se, come credo, dobbiamo guardare al futuro senza pensare che un glorioso passato ci potrà sospendere su una nuvola di felicità, dobbiamo anche rivedere la nostra dislocazione”.

CHIOCCI : “Personalmente ho portato alle estreme conseguenze questa impostazione di vita e mi sono ritirato a Gubbio. Per Sulmona ho un angolo di cuore dedicato, perché già dai tempi della “rivolta borghese” gli eugubini vi invidiavano (e l’ho scritto proprio sul primo numero del “Vaschione”): è la città media che rende coraggiosi, quel tanto al di sopra della contiguità troppo stretta del villaggio; quel tanto al di sotto della delega perenne alla quale accennava Paolo”.

C’ è un illustre precursore di questa impostazione: Jean Jacques Rousseau sosteneva che le città dovrebbero avere non più e non meno di 25.000 abitanti (lo riportammo in una inchiesta de “Il Tempo” nel febbraio 1980). La sua era soprattutto una valutazione politica, che forse riprendeva molto dalle città greche; ma originava esattamente dalla esigenza del controllo sociale che è il presupposto per una politica che sia davvero partecipata.

L’Abruzzo che scorreva sulle pagine del “Tempo”

Passiamo a parlare dell’Abruzzo che scorreva sotto gli occhi di Paolo Brunori nel salone delle “Province” del Tempo come scorrono gli autobus al di là della vetrina del ristorante vicino al Tevere: qualcuno sfreccia come un omicidio che durava un giorno in prima pagina, qualcuno si ferma per lasciare scendere un lentissimo passeggero della controra di domenica come si trascinavano nelle cronache delle pagine interne i politici di una regione abbastanza ingessata. E’ vero che siamo al punto in cui siamo, con una fascia interna ancora più arretrata di quella costiera rispetto a trenta o quaranta anni fa? Brunori ci raccontò (con lo stesso dialetto e la stessa inflessione) che un assessore regionale al turismo gli disse che “Lu turism’ è quell’ che se fa allu mar’; alla muntagn’ n’ce sta niente…”. E’ andata avanti così e adesso chi vuole può sparare sugli orsi mentre altri parchi nazionali, nel mondo, moltiplicano i posti di osservazione delle “fiere”; e chi vuole può incendiare una montagna di tremila ettari perchè nessuno la pattuglia e nessuno sta spegnere i primi focolai.

Siamo ancora la regione che sconta i personalismi di Natali e di Gaspari?

“Sì, ma più di tutto è l’Italia delle regioni che sconta i personalismi dei politici – risponde Paolo Brunori-  e ricordo che anche in Molise, per esempio, è stata sempre la stessa cosa. Una visione di insieme, una visione collettiva per la politica di tutti apparterrà forse ad un lontano futuro. Questo non vuol dire che non bisogna spendersi in questo senso”.

Per Francobaldo Chiocci lo spettacolo del fallimento delle Regioni non è altro che la conferma di quello che liberali e missini, unici nel panorama degli anni Sessanta, sostennero proprio per evitare la costituzione delle Regioni: si parlava di localismi esasperati, di moltiplicazione della spesa pubblica, di personalismi che avrebbero beneficiato di un terreno di coltura. Chiocci non si meraviglia, non più ormai, che L’Aquila voglia isolare Sulmona dal traffico ferroviario. Sottolinea quello che dice come chi dimostra un teorema, purtroppo con un desolato: “Come volevasi dimostrare” e con la considerazione che sarà molto difficile una inversione di tendenza. “Comunque – aggiunge – il discredito sulla figura dei politici non è di oggi. Già negli anni Sessanta, ai tempi della campagna contro la “fame in India”, quando venni spedito da Angiolillo per capirci qualcosa, le fandonie inventate su un fenomeno che era di sempre lasciarono di sasso tutta la società indiana e ci mancò poco che questa “carità” non suscitasse reazioni diplomatiche gravi. Sembra paradossale, ma forse le società, se potessero fare a meno di troppi politici, vivrebbero meglio”.

Con lo sguardo al futuro

Sono ormai trent’anni che Paolo Brunori e Francobaldo Chiocci non collaborano più per lo stesso giornale; ma a sentirli parlare, a vedere le loro espressioni, si direbbe che si sono visti ieri davanti alla linotype o ai primissimi computer che la rivoluzione tecnologica di Letta introdusse nel 1985. Con la loro effervescenza spirituale potrebbero riprendere a scrivere e a disegnare menabò delle “Province” già da domani, perché non è vero che “dal giornalismo si deve uscire in tempo”. Dal giornalismo non si esce mai e può capitare di essere convocati tra il Tevere e il “Palazzaccio” come si incontrano due astri in una congiunzione siderale per dire cosa è successo dall’ultimo incontro e pensare a come saranno le stelle al prossimo.