L’arte di saper ascoltare da Plutarco alla Vitto

298

11 FEBBRAIO 2014 – Delle molte cose che sono state proposte ricordando Mariella Vitto-Massei, una in particolare ha colpito l’uditorio nella sala conferenze dell’Archivio di Stato (v. “Si ricorda la signorina Vitto-Massei (“Signora,prego”)” nella sezione CULTURA  di questo sito.

Non il femminismo del quale sarebbe stata precorritrice la signora Maria Concezione (che, anzi, avrebbe evitato ogni accostamento al riguardo); non le smanie di collezionismo per pietre più o meno vecchie: più semplicemente, la predisposizione a stare ad ascoltare.

Qualcuno l’ha interpretata come curiosità: Mariella Vitto-Massei stava a sentire tutto quello che gli interlocutori dicevano perchè si interessava a tutto, assorbiva quel poco o molto che l’ascolto consentiva di recepire. Qualcuno l’ha interpretata come esigenza di verificare quello che lei già sapeva con quanto le veniva detto. Nessuno ha pensato che lo stare ad ascoltare è la prima regola della buona educazione; di tale dote la prof.ssa Vitto-Massei era stata molto munita in famiglia e negli ambienti che ha frequentato anche dopo, nella società napoletana o nel piccolo mondo di Pettorano.

Plutarco ha scritto addirittura “L’arte di saper ascoltare”. Senza arrivare a questo poderoso impegno, che contiene mille altre qualità della persona, basta ricordarsi che lo stare in conversazione è precetto che si insegnava tra i principali, non solo nell’Ottocento, ma anche in epoche a noi più vicine. Quando ancora non si poteva introdurre il proprio dire con l’urticante “Il problema è un altro…”, per accantonare tutto quello che l’interlocutore ha con fatica prospettato; quando non si aveva l’ardire di ribattere: “Risponderò alla Sua domanda, non senza aver detto prima che…”; quando non si interrompeva l’avversario con il dire “Tenga a mente quello che stava per dire, dopo che avrà ascoltato quello che Le dico…”; oppure, peggio, con lo sprezzante “Ma di che cosa stiamo parlando?”; quando tutto questo non accadeva, le persone stavano a sentire. Non per curiosità, non per servilismo, ma semplicemente perchè stare in conversazione impone di ascoltare.